Archivio mensile:Luglio 2018

Le navi nere di Claudio Carrieri e la ‘scomunica’ di Salvini.

Figure umane nell’acqua, con le braccia alzate . Sembra che danzino, ma in realtà ‘si arrendono’ ai pesci, urlando con gli occhi, perché il mare gli sta già rubando il respiro. E’ l’ultimo quadro di Claudio Carrieri, un artista savonese di chiara fama, che alla “stagione dei naufragi” ha dedicato dozzine di opere. Nei giorni in cui Famiglia Cristiana (cioè la Chiesa…) , scomunica senza ‘se’ e senza ‘ma’, le crociate di Salvini, le navi nere di Carrieri , fatte di chiodi, viti, latta, pezzi di legno e fili di ferro, evocano le “crociere” dei migranti, come relitti o ‘souvenir’ di catastrofi cosi’ numerose che sono ormai senza nome e senza data. Il prototipo di tutti è forse un relitto vero, una motovedetta lunga 21 metri, costruita dai sovietici negli anni 50 e ceduta negli anni ’70 alla marina albanese, che oggi è conservata nel porto di Otranto. Si chiamava Kater i Rades (“Quattro in rada”).

Il 28 marzo del 1997 , speronata incidentalmente dalla corvetta italiana Sibilia, nel corso di uno dei primi “respingimenti in mare”, colava a picco con 105 persone a bordo. Fuggivano dalla guerra civile in Albania e tra loro c’erano molte donne e molti bambini. Ricordo che sulle colline di Valona filmai il piccolo cimitero dove vennero raccolti tutti insieme i corpi recuperati ( due terzi… ) ma il servizio non andò mai in onda… In Parlamento Irene Pivetti e la Lega tuonavano già chiedendo che “si sparasse agli scafisti”.Le navi nere di Carrieri oggi evocano quel relitto e altre centinaia di relitti, ma trasmettono un’emozione ‘innocente’, senza giudizio, come tristi giocattoli , nati dal ricordo di un bambino, di qualcuno che, 20 anni dopo, riviva la stagione dei naufragi .Appese come lampade votive, al soffitto di alche cattedrale, oggi potrebbero ricordare al Ministro dei Rosari e dei Crocifissi, al Papà del Viminale, al politico che si veste da Re Magio, che i carichi di carne umana in arrivo dalla Libia meritano un po’ di umana pietà, visto che la “pacchia” era già finita nei paesi di origine.

Savona : botti contro la crisi.

gaia1Nella provincia più depressa del nord, Savona , l’economia che resiste lo fa grazie alle idee dei privati più che agli incentivi di stato. E’ il caso della Clayver, un ditta che esporta botti in ceramica dalla Francia al Sud Africa. Appaiono all’improvviso come grosse uova fra dozzine di capannoni dismessi nel deserto industriale di Vado Ligure. Se si dovesse girare la storia della ditta occorrerebbe qualche vecchio film su Ulisse e sulle “bevute omeriche” che accompagnarono le sue avventure, specie quella con la maga Circe. Il “vino di Pramno”, con cui la maga tenne l’eroe lontano da Penelope per anni, era conservato entro recipienti di terracotta, una tradizione che in Georgia è arrivata sino ai nostri giorni. “Sono anfore fatte a mano da 3000/4000 litri che , nella regione di Kakheti, vengono interrate – spiega Luca Risso che guida il team di ricerca della Clyver – é una tecnologia che risale a 7000 anni a.c. Nel 2010 , quando sono state importate le prime grosse anfore prodotte in Georgia , questo ritorno a materiali arcaici mi ha incuriosito e mi son chiesto se si potesse fare qualcosa di più avanzato, con materiali meno ‘sporchi’ e più resistenti agli acidi” . Nell’ufficio di Risso una bacheca racconta il passato dell’azienda : “Facevamo utensili diamantati per il taglio della pietra, ma dal 2002 anche questo settore – un’eccellenza italiana – è stato ingoiato dalla concorrenza cinese”. Risso, oltre che un fisico è anche un appassionato di vino e di viticoltura. “ Il problema delle botti di terracotta – spiega – è come impermeablizzarle. I romani usavano la pece o la resina. In Georgia usano la cera d’api, ma poi , per pulirle, bisogna entrarci dentro e il prodotto dipende molto dall’abilità di chi lo fa . In Europa si usano molto le botti di acciaio. E’ pratico ma dà un gusto ‘metallico’ al prodotto e non fa passare l’ossigeno e un pò di ossigeno giova all’evoluzione del vino . Le botti in legno, specie quelle piccole care ai francesi, cedono al vino un sacco di profumi. Alcuni sono voluti, ma in altri casi un profumo che si sovrappone dà fastidio. La tradizione italiana usa botti grandi, ma se invecchiano truppo marciscono e sostituirle è costoso. Un altro contenitore in voga era il cemento, che però richiede un rivestimento. Dopo 2 anni di ricerca abbiamo trovato il materiale , il gres, la tecnologia e la forma e nel 2014 abbiamo iniziato a vendere” Le botti della Clyver – una crasi fra il nome “Clay” (ceramica) e “clever”(intelligente) sono di gres che arriva dalla Germania. Cotto a 1200 gradi riduce la porosità della terracotta, ma lascia entrare un minimo di ossigeno e non aggiunge al vino i profumi e i tannini tipici del legno. Le botti di gres costano poco piu’ di quelle di legno, ma, trattate con cura, possono durare migliaia di anni, come le anfore trovate in fondo al mare al largo di Ventimiglia. “Abbiamo quattro dipendenti e noi operativi siamo altri quattro. Dall’aprile del 2014 abbiamo avuto un cliente nuovo a settimana – spiega Valerio Ghisolfi , uno dei soci – in due anni abbiamo raddoppiato la produzione e oggi il 68% del prodotto viene esportato , soprattutto in Francia, nella regione dello champgane , ma anche in Grecia, Ungheria, Svizzera, Grecia, Spagna, SudAfrica e Argentina” Chiedo : “ Ma Farinetti, che ormai è una specie di super-marchio vivente, non vi ha mai telefonato ? ” Le dirò – risponde Risso – oltre all’Unione Industriali di Savona, abbiamo avuto ben poca attenzione dal territorio” La creatività che ha fatto il successo della ditta è un tratto che si estende anche ai dipendenti. Il motto zen per cui “la verità di un oggetto è il suono che manda” ha una verifica quotidiana : “Quando le botti escono dal forno, le faccio suonare – dice Jorge Hernandez Lince – così capisco se la cottura è perfetta ”. Arrivato nel ’91 da Bogotà , quando era la capitale più violenta del mondo, Jorge , che aveva studiato design, è riuscito a conquistarsi , come ceramista, uno spazio sulla scena artistica ligure , con uno strepitoso concerto, fatto suonando piatti di ceramica e più recentemente, con una coppa di porcellana che funziona anche come amplificatore per i cellulari , con gli usi più disparati : farsi sentire dalla nonna sorda o improvvisare una serata danzante con gli amici.

Nosferatu ’70 , il vampiro di Ferrania.

noferatu“Avevamo solo un paio di denti e dovevamo lavarli ogni volta che il vampiro azzannava una vittima che a sua volta diventava vampiro – racconta Dario Scotto uno dei protagonisti– alle riprese aveva partecipato tutto il paese di Ferrania : chi aveva prestato il cavallo all’eroe , chi aveva offerto il vino, chi aveva messo a disposizione il prato dove la bellissima Adelasia, sarebbe stata morsa per la prima volta.“ Continua la lettura di Nosferatu ’70 , il vampiro di Ferrania.