Archivio mensile:Settembre 2018

Murialdo (Savona) : quando l’integrazione è intelligente funziona .

C’è una trebbiatrice a vapore che esplode investendo due contadini, un muratore che vola giù da un’impalcatura, e un camion che precipita in un fossato. In provincia di Savona, sulle pareti del santuario della Madonna del Deserto, nei boschi fra Murialdo e Millesimo, si affollano dozzine di piccoli quadri, come fotogrammi di un unico docufilm. In alto a destra di ogni scena, c’è la Madonna che, seduta su una nuvola, dirotta il destino salvando la vita del comittente. Sono gli ex-voto dipinti a olio, nella prima metà del ‘900 da Carlo Leone Gallo, un pittore di Cairo che raccontava miracoli con la stessa vivacità delle cronache disegnate da Beltrame per “La Domenica del Corriere” .“Gallo era un pittore vero – spiega il prof.Luigi Ferrando, che insieme a Cesare Garelli, ha salvato e restaurato 59 opere di Gallo– ma era povero e gli ex-voto erano anche un’attività per campare. Prima di dipingere, ricostruiva la situazione, con l’accuratezza di un cronista. In un episodio della prima guerra mondiale, doveva mostrare come un soldato fosse miracolosamente sopravvissuto all’esplosione della mitragliatrice. Usando una sedia per simulare la mitragliatrice, gli chiese di assumere la postura esatta al momento dello scoppio. Quando poteva, si recava sul posto con un taccuino, faceva schizzi e intervistava tutte le persone coinvolte nell’evento”. L’industrializzazione della ValBormida ai primi del ‘900, quando l’esplosivo prodotto a Ferrania veniva venduto anche ai russi, moltiplicò anche i miracoli connessi a incidenti sul lavoro. Tra gli ex-voto, vediamo un carrello delle ferrovie che investe due operai e un altro operaio travolto da un vagonetto carico di carbone della funivia Savona-Cairo Montenotte ( la più vecchia d’Europa ) tutt’ora in funzione. Se oggi c’è chi rischia la vita per la vertigine di un selfie, durante la guerra era prova di virilità saltare su un vagonetto carico di carbone, buttarne giù qualche chilo, perché la mamma si scaldasse e quindi saltare a terra, prima di finire negli ingranaggi della stazione di arrivo. Diversi quadri raccontano miracoli connessi alle migrazioni. Migrazioni armate, quando gli italiani (compreso Gallo) sparavano sui guerriglieri libici come il “miracolato” Cirione Giovanni, da Roccavignale , che nel 1911 scampò al piombo degli infedeli, e migrazioni pacifiche, come quando Lorenzo Accame, migrante di Carbuta, si salvò da un naufragio nel 1914, al ritorno dalle Americhe.Chiara Pescio, la volontaria che, oltre a suonare lo splendido organo del santuario ne cura il sito web, mostra una madonna scolpita. “ Questa statua – dice –è stata realizzata nel 1908 come ex-voto dalla famiglia Cravea di Murialdo. Era emigrata in America, ha fatto fortuna e l’ha donata come ringraziamento e come ricordo delle origini italiane. Ogni anno per portarla in processione occorrono otto persone”. A 10 minuti di auto dall’eremo, a Murialdo, un gruppo di migranti sta scrivendo con gli abitanti del paese l’ultimo capitolo di questa storia. Mentre Godwin, il nigeriano taglia l’erba del cimitero, Ibrahim racconta la sua storia . “ Ho 30 anni e vengo dal Sierra Leone. Durante la guerra civile, quando ero molto piccolo, i ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario Unito ndr) hanno ucciso mio padre davanti a me. Perché ? Non lo so. I ribelli uccidevano persone innocenti. Uccidevano e bruciavano le case. Hanno tirato fuori mio padre e gli hanno sparato davanti a me e a mia madre. Siamo scappati in campagna, ma anche lì hanno ricominciato a bombardare e noi a scappare. Non c’era un posto dove potersi fermare. Quattro anni fa l’epidemia di Ebola si è presa mia madre, e questo mi ha gettato nella disperazione. Era molto difficile per me. Vedevo gente che moriva ovunque. La mia vita era in pericolo e sono scappato. Prima in Libia e poi in  Algeria, ma anche lì era difficile. Così sono tornato in Libia e due anni fa mi sono imbarcato per l’Italia”. Fra Murialdo, Savona e Cairo, con Mario Molinari, filmiamo altri del gruppo che puliscono le strade o lavorano nei campi. Per ora hanno contratti di 4/6 mesi a 400 euro al mese, ma la prospettiva, se lavorano bene, è l’assunzione. A Murialdo, si sono inseriti senza problemi, grazie anche alla politica intelligente del comune che gli ha permesso di apprendere diversi mestieri.Con il vicinato i rapporti sono più che cordiali. Quando una donna ha perso il marito in un incidente stradale, i migranti sono stati i primi a offrirle aiuto. L’uomo che li ospita si chiama Giampiero Icardi. Nel 2012 era il portavoce degli operai della cartiera di Murialdo, che fallì togliendo il lavoro a 50 persone “ Ero in mobilità e non riuscivo a trovare lavoro – racconta –c’era un momento di emergenza in Italia per l’arrivo dei migranti, così sono andato in Prefettura e gli ho detto che mettevo a disposizione la casa, se mi avessero aiutato a lavorare nei quattro anni che mi separano dalla pensione. Così ho affittato a Cooperarci la cooperativa a cui sono affidati i migranti. Dopo 33 anni in fabbrica è un’esperienza del tutto nuova e interessantissima. Gli ho insegnato a usare un sacco di attrezzi. Per due anni hanno fatto volontariato presso il comune di Murialdo, curando il verde, pulendo le cunette, dando il bianco , aiutando il comune senza pesare sul bilancio, poi, pian piano sono stati inseriti in vari progetti Sprar : chi fa il muratore, chi il saldatore, chi il meccanico, chi il boscaiolo e così, piano piano, si stanno inserendo tutti” .  “ Appena arrivati Giampiero ci ha proposto di fare del volontariato presso il  Comune – racconta Fofana, fuggito dalla Costa d’Avorio perché minacciato di morte da un capo militare – all’inizio non capivo, ma lui ci ha spiegato che in questo modo il paese ci avrebbe conosciuto e poi aiutato. E così è stato.Mi mancano i bambini, ma sono contento di essere qui”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

è una trebbiatrice a vapore che esplode investendo due contadini, un muratore che vola giù da un’impalcatura, e un camion che precipita in un fossato. Sulle pareti del santuario della Madonna del Deserto, nei boschi fra Murialdo e Millesimo, in provincia di Savona, si affollano dozzine di piccoli quadri, come fotogrammi di un unico docufilm. In alto a destra di ogni scena, c’è la Madonna che, seduta su una nuvola, dirotta il destino salvando la vita del comittente. Sono gli ex-voto dipinti a olio, nella prima metà del ‘900 da Carlo Leone Gallo, un pittore di Cairo che raccontava miracoli con la stessa vivacità delle cronache disegnate da Beltrame per “La Domenica del Corriere”  . “Gallo era un pittore vero – spiega il prof.Luigi Ferrando, che insieme a Cesare Garelli, ha salvato e restaurato 59 opere di Gallo– ma era povero e gli ex-voto erano anche un’attività per campare. Prima di dipingere, ricostruiva la situazione, con l’accuratezza di un cronista. In un episodio della prima guerra mondiale, doveva mostrare come un soldato fosse miracolosamente sopravvissuto all’esplosione della mitragliatrice. Usando una sedia per simulare la mitragliatrice, gli chiese di assumere la postura esatta al momento dello scoppio. Quando poteva, si recava sul posto con un taccuino, faceva schizzi e intervistava tutte le persone coinvolte nell’evento”. L’industrializzazione della ValBormida ai primi del ‘900, quando l’esplosivo prodotto a Ferrania veniva venduto anche ai russi, moltiplicò anche i miracoli connessi a incidenti sul lavoro. Tra gli ex-voto vediamo un carrello delle ferrovie che investe due operai e un altro operaio travolto da un vagonetto carico di carbone della funivia Savona-Cairo Montenotte ( la più vecchia d’Europa ) tutt’ora in funzione. Se oggi c’è chi rischia la vita per la vertigine di un selfie, durante la guerra era prova di virilità saltare su un vagonetto carico di carbone, buttarne giù qualche chilo, perché la mamma si scaldasse e quindi saltare a terra, prima di finire negli ingranaggi della stazione di arrivo. Diversi quadri raccontano miracoli connessi alle migrazioni. Migrazioni armate quando gli italiani (compreso Gallo) sparavano sui guerriglieri libici come Cirione Giovanni, da Roccavignale , che nel 1911 scampò al piombo degli infedeli, e migrazioni pacifiche, come quando il migrante Lorenzo Accame, di Carbuta, si salvò da un naufragio nel 1914, al ritorno dalle Americhe. Chiara Pescio, la volontaria che, oltre a suonare lo splendido organo del santuario ne cura il sito web, mostra una madonna scolpita. “ Questa statua – dice –è stata realizzata nel 1908 come ex-voto dalla famiglia Cravea di Murialdo che era emigrata in America e ha fatto fortuna e l’ha donata come ringraziamento e come ricordo delle origini italiane. Ogni anno per portarla in processione occorrono otto persone”.  A 10 minuti di auto dall’eremo, a Murialdo, un gruppo di migranti sta scrivendo con gli abitanti del paese l’ultimo capitolo di questa storia. Mentre Godwin, il nigeriano taglia l’erba del cimitero, Ibrahim racconta la sua storia .“ Ho 30 anni e vengo dal Sierra Leone. Durante la guerra civile, quando ero molto piccolo, i ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario Unito ndr) hanno ucciso mio padre davanti a me. Perché ? Non lo so. I ribelli uccidevano persone innocenti. Uccidevano e bruciavano le case. Hanno tirato fuori mio padre e gli hanno sparato davanti a me e a mia madre. Siamo scappati in campagna, ma anche lì hanno ricominciato a bombardare e noi a scappare. Non c’era un posto dove potersi fermare. Quattro anni fa l’epidemia di Ebola si è presa mia madre, e questo mi ha gettato nella disperazione. Era molto difficile per me. Vedevo gente che moriva ovunque. La mia vita era in pericolo e sono scappato. Prima in Libia e poi in Algeria, ma anche lì era difficile. Così sono tornato in Libia e due anni fa mi sono imbarcato per l’Italia”.

Fra Murialdo, Savona e Cairo, con Mario Molinari, filmiamo altri del gruppo che puliscono le strade o lavorano nei campi. Per ora hanno contratti di 4/6 mesi a 400 euro al mese, ma la prospettiva, se lavorano bene, è l’assunzione. A Murialdo, si sono inseriti senza problemi, grazie anche alla politica intelligente del comune che gli ha permesso di apprendere diversi mestieri. Con il vicinato i rapporti sono più che cordiali. Quando una donna ha perso il marito in un incidente stradale, sono stati i primi a offrirle aiuto. L’uomo che li ospita si chiama Giampiero Icardi. Nel 2012 era il portavoce degli operai della cartiera di Murialdo, che fallì togliendo il lavoro a 50 persone “ Ero in mobilità e non riuscivo a trovare lavoro – racconta –c’era un momento di emergenza in Italia per l’arrivo dei migranti, così sono andato in Prefettura e gli ho detto che mettevo a disposizione la casa, se mi avessero aiutato a lavorare nei quattro anni che mi separano dalla pensione. Così ho affittato a Cooperarci la cooperativa a cui sono affidati i migranti. Dopo 33 anni in fabbrica è un’esperienza del tutto nuova e interessantissima. Gli ho insegnato a usare un sacco di attrezzi. Per due anni hanno fatto volontariato presso il comune di Murialdo, curando il verde, pulendo le cunette, dando il bianco , aiutando il comune senza pesare sul bilancio, poi, pian piano sono stati inseriti in vari progetti Sprar : chi fa il muratore, chi il saldatore, chi il meccanico, chi il boscaiolo e così, piano piano, si stanno inserendo tutti”. “ Appena arrivati Giampiero ci ha proposto di fare del volontariato presso il  Comune – racconta Fofana, fuggito dalla Costa d’Avorio perché minacciato di morte da un capo militare – all’inizio non capivo, ma lui ci ha spiegato che in questo modo il paese ci avrebbe conosciuto e poi aiutato. E così è stato.Mi mancano i bambini ma sono contento di essere qui”.

 

 

 

Il bosco delle scarpe di lusso : la Liguria che resiste dietro il crollo del ponte

“ Esportiamo in Francia, Inghilterra, Giappone , Messico, Marocco …” La “Legnoform” una piccola azienda famigliare di Calizzano (Savona), probabilmente non entrerà mai nelle cliccatissime recensioni di Chiara Ferragni, ma molte scarpe di lusso di Gucci, Geox e Dolce & Gabbana, cantate dai fashionbloggers ,vengono realizzate proprio grazie alle sagome di legno che la famiglia Danna ricava dalla più grande faggeta d’Italia : quella appunto di Calizzano. Sbozzati a mano con una sega a nastro – un lavoro che richiede un’attenzione estrema – questi blocchi di legno vengono spediti ai formifici che li trasformano in piedi di tutte le taglie,su cui modellare sia scarpe di lusso, sia i modelli di plastica utilizzati per le scarpe di uso quotidiano. “ L’azienda esiste da 70 anni – racconta Bruno Danna, il titolare della Legnoform– mio padre e mio zio erano commercianti di legname e, prima della guerra, girando per i boschi, videro dei carbonai che sceglievano i pezzi più belli, li sagomavano con la scure e li vendevano a un signore che li portava alle fabbriche di scarpe di Vigevano. A Gorreto, in alta Val Trebbia, provarono ad usare  una sega a nastro, ma dato che c’erano pochi faggi, nel 51’ si sono trasferiti a Calizzano. Abbiamo cominciato a usare il faggio e poi il carpino, ma dobbiamo farlo arrivare dalla Francia, perché gli alberi di qui sono troppo sottili”. Mentre parliamo, la telecamerta di Mario Molinari inquadra un muletto che stiva centinaia di sagome di legno in una camera stagna dove vengono sterilizzate a vapore perima di essere messe ad essiccare per almeno quattro mesi . “ I modelli in legno vengono usati per le scarpe di  lusso, – spiega Roberta Danna, che ha preso le redini dell’azienda, ma avrebbe potuto tranquillamente fare anche la modella “ così come i tendiscarpe, che servono sia a tenere in forma la scarpa che ad assorbire l’umidità che si forma all’interno. Vengono usati soprattutto in Francia e in Inghilterra perché lì c’è una cura maggiore della scarpa che non da noi in Italia.” Negli anni ’60 la Legnoform produceva in un anno un milione e mezzo di pezzi e dava lavoro a 40 persone, compresi i boscaioli e coloro che trasportavano a valle i tronchi di faggio con i trattori e anche con i buoi. L’avvento della plastica negli anni ’70 e la cosidetta  “crisi percepita” dai tempi di Berlusconi sino ai giorni nostri, hanno costretto la ditta a ridurre la produzione che oggi viene portata avanti dai quattro membri della famiglia Danna e da quattro dipendenti, due rumeni e due albanesi. Chiedo a Bruno Danna come mai, in un’area definita “di crisi industriale complessa”, i giovani del posto non bussino alla sua porta. “ I giovani ? – risponde– non vogliono fare questo lavoro, forse perché non è un lavoro d’ufficio. Magari farebbero i boscaioli – ma per questo lavoro c’è poca domanda”. Se a Genova il crollo del ponte diventa materia di propaganda e di scontro politico, la Val Bormida, la cosidetta “area di crisi complessa” che al blocco del traffico sta già pagando un prezzo altissimo, riesce a sopravvivere anche grazie a produzioni semiartigianali come questa ma ogni giorno di ritardo aggiunge un ostacolo. “ Uno dei problemiper chi sceglie di star qui– spiega Roberta – è anche la mancanza di collegamenti. Qui corrieri passano una volta alla settimana . Internet funziona a singhiozzo e quando c’è stata la gelata all’inizio dell’anno,( il cosidetto ‘gelicidio’), per telefonare dovevamo andare fino a Murialdo, a 20 minuti da qui. ”