Archivio mensile:Febbraio 2019

Ex-FERRANIA : la memoria degli anziani e la dignità dei licenziati

Alessandro Bechis (fotogramma di Mario Molinari)

Ferrania(Savona). A pochi di metri dai cancelli di quella che era “la città del Cinema”, la fabbrica che produceva le pellicole della commedia all’italiana, l’erba invade i cortili delle palazzine, abbandonate come certi quartieri dell’est-Europa, dopo il crollo del socialismo. Un proiettore, divorato dalla ruggine, presidia ancora una sala del “Dopolavoro”,che, sin dagli ’30, offriva ai dipendenti un bar, un teatro e un cinema. “Questo era il ‘Palazzo degli Scapoli’ – racconta Antonio Mastromei che in Ferrania ha passato 36 anni anni , dal 1960 al 1996 – la palazzinache ospitava i laureati neo-assunti. Ci ho vissuto dal settembre ‘60 fino all’agosto ‘61 quando mi sposai. La domenica era il deserto dei Tartari. Non c’era nessuno.. L’unica era prendere l’autobus e andare a Savona. Ho passato molte sere da solo, ma ero già fidanzato. Però in valle c’era una vera e propria ‘caccia allo scapolo’, soprattutto da parte delle figlie dei capireparto. Molti amori, fugaci o duraturi, sono nati nella sala dove si testavano le pellicole”. Pare che alcune passioni non fossero proprio disinteressateLa levatrice di mio figlio – racconta Mastromei– diceva che, prima della guerra, vigeva una specie di ‘Jus Primae Noctis’. Era una fabbrica di interesse nazionale e per entrarci si faceva di tutto…” Sulla strada deserta, passa solo qualche auto. “E’ molto triste guardare questo cancello – dice Giamauro Ardizzone, 90 anni , ex-dirigente della Ferrania – quando c’eravamo noi, al mattino, entravano 1000 persone. Abbiamo vissuto il periodo dei grandi film. Si testava il colore della pellicola sulle immagini della Pampanini e tutti se la sognavano. C’era una vera affezione per la fabbrica. Ricordo un inverno in cui gli autobus erano bloccati e gli operai, pur di lavorare, arrivarono a piedi, nella neve”. 

I due anziani ci mostrano un altro segno di quella che era “l’Olivetti della Valbormida” : il casinò di caccia, un cottage assediato dai rampicanti, dove un tempo si tenevano riunioni e cene aziendali. Mastromei ci mostra anche una delle palazzine costruite per i dipendenti : case con muri di mattoni e intercapedine di sughero, robuste, ben progettate, e con affitti, all’epoca, molto bassi. Case che oggi valgono pochissimo : un appartamento di 100 mq è stato venduto a 25000 euro.

Quando mi sono sposato – racconta Mastomei – andai dal direttore tecnico, il dottor Aimar e gli dissi che con l’affitto non ce la facevo. Dopo tre mesi, mi ha aumentato la paga base del 20%,più la tredicesima, più la cosidetta ‘regalia’. Insomma mi sono comprato la ‘500 ! Per la fabbrica avrei fatto qualsiasi cosa !”. Se i dipendenti più anziani ricordano la ditta come una grande famiglia, quelli falciati dalla chiusura definitiva del 2013, masticano amaro, come Furio Mocco, che è stato anche uno dei portavoce dei lavoratori.  

“Avevo un curriculum di tutto rispetto. Quando abbiamo avuto la certezza della chiusura ho spedito 12000 curricula in tutta Italia. Ho avuto 6 o 7 ritorni, che hanno prodotto 2 o 3 colloqui, a Torino e a Milano. Io sono un ingegnere informatico. Gestivo una tecnologia all’avanguardia, ma avrei accettato qualsiasi ricollocamento. Le risposte erano: ‘possiamo offrirle un impiego da neoprogrammatore’. Si parlava di compensi molto piu’ bassi, tra i 1100 e i 1200 euro, con trasferimenti su Milano o Torino a mie spese, ma avrei accettato qualsiasi cosa pur di maturare gli anni che mi mancavano alla pensione (avevo 55 anni). Invece dopo un po’ richiamavano e mi dicevano: ‘Nella posizione che abbiamo aperto ‘c’è un limite di età.Non se ne fa nulla’. Io capisco che chi fa reclutamenti di personale investa su persone più giovani di me, più flessibili, ma non capisco la retorica del ‘disoccupato-che-non-vuol-lavorare’. Io avrei fatto qualsiasi cosa, anche rimettendoci, pur di arrivare a un età che mi permettese di chiudere la carriera lavorativa. Avendo maturato 43 anni di contributi, alla fine, ho ripiegato su una contribuzione volontaria di 3 anni, e mi sono assicurato una via d’uscita, ma a che costo! Mi sono dissanguato”. Oggi Furio collabora come volontario con la Pallavolo di Carcare, mettendo a frutto i corsi che ha fatto : come arbitro e come grafico (cura i volantini), ma aiutando anche nei lavori più umili come pulire i campi: “Per  tornaread avere un rapporto con la gente, con i giovani”. Quando venne licenziato dalla Ferrania, Marco Zagaria ne aveva 33 anni, e dopo 3 anni di mobilità e di incertezza è riuscito a ricollocarsi in un’altra ditta della Valbormida. Che cosa lo ha aiutato ? :“il fatto che ho la testa dura, che non mi arrendo mai – dice accanto alla mountain bike con cui esplora i boschi della valle (si è pure rotto due costole ndr) –quello che chiedo è solo buona salute per lavorare e combattere, anche per mio fratello che ha 50 anni ed è senza lavoro. Son quelli che stanno peggio. Gli ‘esclusi’ della Fornero. Il fisico cambia e non ce la fanno sopportare certi ritmi nelle ditte di adesso.I più penalizzati sono loro”. Il fisico è stato anche uno dei problemi che hanno reso una corsa a ostacoli la vita di Alessandro Bechis: “Ho passato 25 anni in Ferrania, 30 se si considera la cassa integrazione e la mobilità. Sono entrato a 22 anni e da operaio avevo un signor stipendio. Oltre a mantenere la famiglia, con due figli , mi potevo permettere l’ultima telecamera vhs o l’impianto stereo. Perso il lavoro, alla soglia dei 50 anni, ho cercato di reinventarmi, ma non è stato possibile perché, oltre all’età, ho un’invalidità, una difficoltà di deambulazione. Ho avuto anche una malattia legata all’amianto: un tumore alla laringe, tipico dell’asbesto, placche pleuriche, fibre di amianto nell’espettorato, ma, all’Inps, ho scoperto che non ero ‘abbastanza morto’ per andare in pensione. Ho aderito anche un progetto per lavori socialmente utili presso i vari comuni della vallata, che garantiva 500 euro al mese grazie a fondi regionali, ma era a termine. L’anno peggiore è stato quando sono finiti gli ammortizzatori sociali. Non avevo più i soldi nemmeno per le sigarette, ma continuo a ritenermi sufficientemente fortunato, perché ho un tetto, e un pezzo di bosco per scaldarmi facendo legna. Incontro conoscenti che mi dicono: ‘non ti fai mai vedere in giro’, ma se non ho neppure i soldi per una pizza cosa esco a fare? Non mi piango addosso. Si accetta la propria condizione, ma ci si rinchiude un po’. Molti miei ex-colleghi sono andati in depressione. La causa? Vede noi uomini abbiamo questa idea, magari atavica, che sia nostro dovere portare a casa il pane, mantenere la famiglia e pesa molto, per dei lavoratori, non trovare lavoro, tornare a casa e vedere la moglie che fa una fatica tanta per pensare per tutti. Oggi ho 56 anni e 35 anni di contributi  Alla pensione mancano 10 anni, sono tanti. Quello che spacca, che abbatte molti di noi è l’aspetto della dignità. Io a vent’anni ero già fuori casa, mi stavo formando una famiglia e non dipendevo da nessuno. I ventenni di adesso arrivano a 40 anni e sono ancora con i genitori. Io ho sempre badato a me stesso, con decoro, con onore, e ora dipendere dalla pensione di mia mamma, che fa ancora qualcosa perché sa cucire, mi ammazza. Non fossi invalido farei qualunque lavoro. Farei il camallo. Porterei i sacchi.” 

Alessandro è un esempio della dignità di quella che era la classe operaia della Liguria. Da volontario, collabora alle ricerche del Ferrania Film Museum di Cairo, la ‘memoria’ vivente di una delle più importanti aziende del paese. Con le sue conoscenze (e il suo look da nocchiero) sarebbe un ottimo story-teller, se una gestione del turismo regionale, intelligente decidesse un giorno di dare un senso all’archeologia industriale del Savonese ma ci vorrà molto tempo. “Leggendo le cartelle dell’ufficio personale – racconta Bechis – ho trovato anche quelle di mio padre, di mia zia, di mio nonno, uno dei primi  a maneggiare la pellicola. Sono interessanti perché si capisce che il direttore, l’ingegner Schiatti, leggeva tutte le lettere, rispondeva a tutte e sapeva tutto dei dipendenti. C’era chi gli scriveva per far assumere il figlio, c’erano mogli che sollecitavano notizie dei mariti al fronte. E lui scriveva ai comandi per avere notizie o ai dipendenti in divisa per mandargli dei soldi e dirgli ‘la fabbrica ti sta aspettando’. Dal 1926 al 1966 . Un epistolario lungo 40 anni. C’era un senso di famiglia, che oggi sopravvive in pochissime aziende”.

Antonio Mastromei (fotogramma di Mario Molinari)
l’ex-dopolavoro Ferrania (fotogramma di Mario Molinari)
Furio Mocco (fotogramma di Mario Molinari)
il cancello della ex-Ferrania ( fotogramma di Mario Molinari )
Giammauro Ardizzone (fotogramma di Mario Molinari)

Marco Zagaria (fotogramma di Mario Molinari )

Roccavignale (Savona) : produrre cibo per resistere alla crisi

Fa un freddo porco e la neve comincia a stringere la sua morsa anche sulla Valbormida. Sulle curve della Torino-Savona i tir rallentano e le cabine evaporano imprecazioni perché, da un momento all’altro, l’autostrada può diventare una trappola.  Sulle alture di Roccavignale, incurante del vento e con un cappello di pelliccia alla Davy Crockett,  Renato Agosto, meccanico in pensione, si erge come un’eroe del west su un fondale di boschi imbiancati e di mura medievali sopravvissute alle truppe di Napoleone. In mano stringe la trottola di legno che ha appena tornito, la lancia su una tavola, la recupera al volo e continua a farla girare sul cucchiaio che stringe fra i denti. Renato è il “Trottolaio” di Roccavignale , il custode di una tradizione che si perde nei secoli. “La rotazione dura sino a due minuti – spiega – ma dipende dalla qualità della punta. Quando ero giovane era ricavata dalla testa di acciaio delle pallottole del moschetto. Nelle sfide fra ragazzi, vinceva chi riusciva a con la punta a spaccare la trottola dell’avversario, ma oggi sono pochissimi i giovani che sanno usarla” Rilanciata, da Renzo Gandolfo, morto l’anno scorso, questa tradizione millenaria è entrata nel 1996 nel Guinness dei primati, con una trottola gigante, pesante quasi 3 quintali, che roteò per 26 minuti.Un facsimile, istallato davanti al municipio, ricorda l’evento ma allunde, involontariamente, anche alle giravolte e ai capricci dell’economia che, oggi, colloca anche Roccavignale nella cosidetta “Area di crisi industriale complessa”, insieme ad altri 21 comuni della provincia di Savona. Le tracce di questo sisma economico sono poco lontane dal centro. Amedeo Fracchia, il sindaco, ci mostra un capannone abbandonato da 5 anni: Qui c’era uno dei piu’ grandi impianti per la sabbiatura industriale – dice-carpenterie metalliche enormi, come quelle delle centrali elettriche, venivano smontate, sabbiate , riverniciate e rimesse a nuovo”. Una coltre di sabbia grigia copre i pavimenti e si accumula in una fossa rettangolare al centro del capannone. “Era una sabbia molto dura – spiega Fracchia–  che, sparata ad altissima pressione, veniva usata per ripulire i metalli dalle scorie e dalla ruggine. Qui lavoravano per Ansaldo, Finmeccanica e soprattutto per la centrale di Vado , la Tirreno Power … Quando i grandi clienti, come Tirreno Power, sono entrati in crisi, hanno dovuto chiudere. La Salpa è stata l’azienda piu grande che ha chiuso a  Roccavignale. Aveva 75 dipendenti. Tanti per una realtà come la nostra che ha 760 abitanti. La prima sensazione fu lo sgomento, poi il fatto che la ditta avesse alle spalle una famiglia benestante ha permesso di chiudere evitando il fallimento, di rivendere le attrezzature e di dare alle persone il tempo di ricollocarsi sul territorio”. Un altro capannone, ancora più grande (3500 mq) ci viene mostrato da Armando Caneto : “ Qui c’era tutto alluminio. Anodizzavo e vendevo 1600 quintali di alluminio al mese, ma con il collasso del mercato edilizio è crollato anche quello dei serramenti. Costruzioni nuove non ce ne sono. Oggi gli appartamenti sono tutti vecchi e magari hanno serramenti di 30 anni. Di tutti i clienti che servivo, da Sestri Levante a Marsiglia, 200 o 280 clienti, ne saran rimasti una ventina. L’impianto di anodizzazione oggi lavora solo per i pistoncini dei freni e le pompe delle macchine ma, come serramenti, non anodizziamo piu’ neanche una bara..”

Armando è un patriarca dell’industria che, prima di arrivare a 83 anni, ha aperto 23 aziende, in Italia, Tunisia e Romania, e oggi rimpiange di non avere abbastanza “cose da fare”. Figlio di genitori poverissimi, ha iniziato a lavorare a 13 anni, sgobbando 6 anni gratis, per imparare un mestiere.”. “I miei figli non mi hanno seguito – dice– e ho dovuto abbandonare tutte le attività che avevo: vasi da fiori, trivellazioni, alzacristalli per la Fiat… Ho fatto le cose più incredibili ! Non per i soldi, ma per la soddisfazione di creare qualcosa di buono che serva anche altre persone. Qui non vengo mai perche’ mi sento male. Qui a sinistra – dice indicando il cuore– c’è quell’affare che batte e che forse comincia a dare dei problemi, perche’ aver lavorato una vita per vedere tutto andare a catafascio e’ una cosa che uno non si puo’ spiegare. Pensi che per questo capannone vuoto pago 50.000 euro di imu all’anno ! “ A fianco dei capannoni abbandonati non manca chi cerca di resistere. Valentina Genta combina i pearcing e la grazia delle donne che lavorano nella moda o nella finanza, con una rozza divisa da metalmeccanico e guanti sporchi di vernice. Lavorava alla Salpa come impiegata e quando la ditta ha chiuso, nel 2015, ha aperto col marito una piccola azienda che fa sabbiature e verniciature e dà lavoro ad altri due addetti. Il momento più drammatico è stato quando ce l’han detto – acconta –non ce lo aspettavamo. Hanno iniziato a lasciar la gente in cassa integrazione , poi ci hanno chiamato , ci hanno fatto sedere ci han detto ‘ragazzi purtroppo chiudiamo’. All’epoca ero nubile e vivevo con i miei genitori. Di fame non sarei morta, ma per chi aveva famiglia e un solo stipendio è stata dura. Alcuni hanno ritrovato un lavoro solo dopo 3 anni. Le aziende chiudevano, nessuno assumeva. Io ho fatto domande dappertutto, dai supermercati ai negozi, alle pulizie e non trovavo nulla. Poi, mi sono sposata e con mio marito abbiamo deciso di investire liquidazione e risparmi e di metterci in proprio. Ci è andata bene. Del resto io preferisco il lavoro manuale. Mi pesava star tutto il giorno alla scrivania”. Faceva l’operaio anche Alessio Armandi ( 28 anni ) che un anno fa ha deciso di riattivare il forno a legna del nonno e fare il panettiere. Gli occorrono tre ore per portare il forno alla temperatura giusta a cui va aggiunto il tempo per distribuire il pane nei paesi, ma il prodotto, che sembra uscito da un film di Olmi, vale la fatica. Nella fase di ‘transizione’ da un lavoro all’altro Alessio dormiva due ore per notte : tolta la tuta metteva il grembiule da fornaio e quando parla del nonno non riesce a nascondere l’emozione  :“ È morto proprio qui, mentre lavorava – dice– la ‘spadina’  (la pala di legno per infornare ndr ) è la stessa che usava lui. Il forno lo aveva costruito un francese oltre 100 fa”.  Sulla collina di Roccavignale, una panchina gigantesca creata  da Chris Bangle, il designer delle Bmw che ha scelto di vivere nelle le Langhe a un’ora da qui,  permette di sedersi in gruppo, come bambini in gita, e contemplare un paesaggio che l’anno scorso hanno attirato qui anche una troupe giapponese, ma i boschi, che si arrampicano sino a 1000 metri, pochi anni fa erano in gran parte campi coltivati . La campagna l’abbiamo lasciata andare – dice Renato Agosto– i nostri antenati coltivavano anche pezzi di terra di 5 metri. Spesso, quando vado a funghi, scopro ancora tracce dei campi e mi dico ‘toh, qui una volta coltivavano’. Il problema è che abbiamo viziato i giovani, e la colpa è della mia generazione e ancor più di quella successiva . Sin che ci siamo noi pensionati , si va avanti, quando noi ci saremo più non so cosa faranno i miei nipoti ”.  Non ha rimpianti Armando Caneto : “Una volta mio figlio è arrivato alle 8 e un minuto – racconta- l’ho rimandato a casa davanti a tutti e lui giustamente ha detto a un suo amico : ‘con mio padre non si puo’ lavorare perche’ e’ un dittatore!’, e io gli ho detto: ‘va bene io saro’ un dittatore, ma se te mangi e hai del benessere e’ grazie a questo dittatore! Perchè se te non ti dai da fare come si deve, nella vita andrai a fare il dipendente e se ti daranno dei calci nel sedere li prenderai tutti !”. Chi non sembra aver bisogno di calci nel sedere è Alessio Fracchia (22 anni) Dopo aver inseguito il pallone per 10 anni –  è presidente dei tifosi juventini del paese –  oggi segue le api nelle loro migrazioni stagionali e produce miele insieme ad altri due ragazzi. “ Dopo un corso da apicultore a Savona , ho iniziato con 10 sciami e ora ne ho 150. Vendo al dettaglio nei negozi , oppure in fusti a cooperative o aziende che usano miele in grandi quantità ”. Gli chiedo se non soffra la solitudine ,  ma risponde che gli piace stare all’aria aperta e che non cambierebbe mai il suo lavoro per un posto in fabbrica, anche perché il progetto è in crescita. Per promuovere la produzione di cibo che sembra uno dei pocchi settori in espansione in Liguria , il comune ha assegnato la De.Co – la Denominazione Comunale di Origine – sia al miele di Alessio che alle cipolle ripiene di Manfredina Ghisolfo. A 85 anni, la titolare della formula, accetta di rivelarla alla telecamera di Mario Molinari e a due giovani cuoche , Paola ed Eleonora, che hanno aperto una gastronomiaa Millesimo, il paese contiguo. Entrambe vengono da altri mestieri: una faceva la cameriera e l’altra l’operaia. Dopo aver pagato un prezzo altissimo all’industrializzazione – basti pensare ai veleni dell’Acna di Cengio – la Valbormida sta lentamente tornando alla risorsa principale di una delle più grandi macchie verdi d’Europa : la produzione di alimenti. Anche il sindaco di Roccavignale, ci crede , al punto che, insieme a due soci , ha investito sul vino destinando  22000 metri quadrati ( che diventeranno 60.000 ) alla produzione di granaccia e di scimimiscià, nome dialettale che vuol dire “cimiciato”, ossia puntinato, per la presenza di piccoli segni sugli acini simili a quelli lasciati dalle cimici Rischi ? – dice Fracchia – beh sono la grandine , le infezioni e la possibilità che non si trovi la manod’opera per la vendemmia. Ci vorranno 20 persone. Quest’anno abbiamo raccolto 38 quintali di uva in una giornata lavorando insieme : soci, dipendenti e pensionati pagati con i vaucher . Diventerà il più grande vigneto della Valbormida e se andrà bene ci saranno dei giovani che seguiranno la stessa strada “