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Liguria al collasso : diario da Masone

Pur non essendo cattolico – ma anzi subendo il fascino di altre religioni come lo Shinto – nei giorni scorsi ho scoperto che almeno un cero devo portarlo anch’ io a Giovanni Nepomuceno martire, il Santo protettore dalle frane e dalle alluvioni, perché la sera di giovedi’ scorso, dopo una giornata di pioggia torrenziale avevo attraversato proprio il ponte della A6 che sarebbe crollato domenica. 
Tornavo da Ceva dove avevo proiettato “Crisi complessa” il documentario (girato con Mario Molinari e Giovanna Servettaz) in cui si racconta la crisi industriale del Savonese. Bene uno dei problemi – denunciati sia dal sindacato che da confindustria – è proprio la crisi delle infrastrutture che oggi, sta trasfornando non solo il savonese ma l’ intera Liguria in un arcipelago di enclaves sempre più isolate. 
Ieri ho chiesto a un’amica di Fb , Marina Ottonello, che a Masone, in Vallestura, ha un negozio di piante e oggettistica (“Fioridea”), di raccontarmi com’è, oggi, la sua giornata.
“ Dopo la caduta del ponte Morandi – mi scrive – e con la chiusura prima totale e ora a corsie ridotte di alcuni tratti dell’autostrada, il viaggio per Genova, sta diventando sempre più un incubo. Se prima partivo alle 5 stamattina, ora ho anticipato la sveglia alle 4. Alle 4,20 ho imboccato il mitico Turchino un po’ con la paura delle code e un po’ con quella di sprofondare letteralmente nel vuoto 
Alle 5,45 sono arrivata al mercato fiori e velocemente ho comprato. Appena partita si è messo a piovere a dirotto, facevo la gimkana fra un divieto, una strada chiusa, un vigile che al buio provava a dare indicazioni, un bidone della spazzatura piazzato in mezzo alla strada con un lampeggiante come avviso di pericolo, un triangolo sistemato su una presunta buca… 
Finita la gimkana, sempre al buio, finalmente sono entrata in autostrada e alle 7,40 ero finalmente a Masone. La giornata di lavoro doveva iniziare ma la fatica più grossa l’ avevo già fatta : raggiungere Genova ! Al ritorno c’ era pure la nebbia ! Pensa a chi deve andarci tutti i giorni per lavoro ! Pensa a chi debba raggiungere un ospedale : noi in valle non ne abbiamo più. C’è solo una guardia medica a Campo Ligure….
Anche la statale per Ovada è chiusa per frane.
La linea ferroviaria Acqui Terme-Genova, è sempre incasinata mentre la linea degli autobus Atp continua a tagliare le corse. Penso che siamo tutti tesi e spaventati da questa Italia che va a rotoli. Anni fa Alessandro Baricco descriveva Masone come il posto più piovoso d’Italia : “..Dalle mie parti – scriveva – è un nome famoso. Quando proprio ti va tutto storto, ma storto davvero, da noi si dice: poteva andarmi peggio, potevo essere nato a Masone… Tutte le nebbie e le nubi d’Italia arrivano lì, si stoppano contro la montagna e, incapaci di un salvifico scatto di reni che le porterebbe al mare, lì si fermano, e lì si lasciano morire: esattamente sopra, e dentro, Masone. Tre chilometri e una galleria più in là è già sole, e mare, e donne, e felicità. Lì, è purgatorio. In realtà avrebbe potuto vivere con grande dignità la propria jella metereologica, tranquillo nella sua valletta solitaria, senza che nessuno ne sapesse nulla; ma neanche questo, gli hanno concesso: ci han fatto passare l’autostrada, a Masone, quattro corsie dal mare e verso il mare, piene di gente che va e viene, ci hanno messo anche l’uscita col casello così è tutto un carosello di asfalto che gira, e sopra le nuvole, e tu che attacchi il tergicristallo e pensi poteva andarmi peggio, potevo nascere a Masone. “. […]
Beh, io non lo sono triste a Masone perché amo la vita di paese, ma non posso dimenticare che negli anni settanta i miei nonni in poco tempo furono sfrattati dopo una vita di sacrifici per fare posto al casello di Masone e adesso, dopo aver pagato quarant’anni di pedaggi, mi fa davvero arrabbiare non avere una strada praticabile in tranquillità. 
Basterebbe poco, un po meno avidità un po più rispetto. Mi sono dilungata troppo lo so…ma oltre che la mia opinione questa è la realtà. Ciao buonanotte. Marina.”

La grotta dei formaggi e il crollo del ponte Morandi : l’agricoltura ligure strozzata dal caos delle infrastrutture

Sara Armellino ed Elisa Core
Walter Sparso (Confederazione Italiana Agricoltori)

Elisa Core, laureata in economia e commercio, era destinata a nuotare fra moduli e fatture nello studio da commercialista del padre. Sara Armellino, laureata in scienze forestali e ambientali, avrebbe probabilmente trovato lavoro all’estero.Invece  ora entrambe  dividono le loro energie fra un gregge di marmocchi (due a testa, quasi tutti piccoli ) e uno di pecore e capre  con cui producono formaggi per buongustai a Saliceto, al confine fra Piemonte e Liguria. In un’area in cui i giovani fuggono in massa e la popolazione invecchia a ritmi giapponesi, Elisa e Sara hanno deciso di restare, catturate da un doppio  incantesimo : quello della campagna e quello di una grotta scavata a mano nel “tui” ( in dialetto “tufo”), che, durante la guerra veniva usata come rifugio e che ora servirà a stagionare un formaggio di pura pecora a latte crudo, che si chiamerà “Stagionato della Gruta gran riserva “, 

“La grotta è presso la cascina di mio nonno – racconta Sara –c’è dell’acqua che scorre sul fondo e la tiene sempre fresca. I miei nonni la usavano come cantina, ma potrebbe essere stata l’antica tomba di un re ligure”.

“Ho lavorato 16 anni nello studio di mio padre –racconta Elisa Core – ma ho sempre amato la campagna. Quando abbiamo iniziato, nel 2016, avevamo solo una trentina di pecore di razza delle Langhe, una razza ormai in via di estinzione, che ha dato il nome alla ditta ‘Le Langhette’. Facciamo 15 tipi di formaggio : formaggi freschi, robiola di pura pecora, formaggetta di pura capra, yogurt di pecora e la giuncata, che è un formaggio tipico della zona”

Chiedo: “Oggi le formaggette si trovano anche al supermercato .Come fate da sole a reggere la concorrenza ?” 

“Abbiamo clienti selezionati che tengono alla qualità – risponde Sara– le nostre formaggette costano di più, ma il cliente sa che tipo di lavoro c’è dietro e che facciamo tutto noi : dal nutrire le pecore alla vendita. E’ importante che i giovani restino sul territorio se no qui ci sarebbero solo boschi abbandonati. Vendiamo a privati,a negozi,a piccoli supermercati con prodotti selezionati ,ma vendiamo soprattutto in Val Bormida”.

Sara ed Elisa oggi si dicono molto soddisfatte della loro azienda, perché vendono in un ambito circoscritto, ma altri produttori che ugualmente puntano sulla qualità, ma hanno bisogno di mercati più estesi si scontrano con la crisi cronica delle infrastrutture liguri.

“Facciamo un esempio concreto – spiega Walter Sparso della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) – Riccardo Sancio è il mitico produttore di vino di Spotorno che, all’epoca del referendum di Renzi, produsse, su richiesta del ‘Comitato per il NO’ di Savona, il ‘Vino del NO’ con le etichette di Danilo Maramotti. Ieri mi spiegava : ‘Io non produco migliaia di bottiglie. Se producessi 10.000 bottiglie le venderei al supermercato, che le comprerebbe non a 7 euro, ma a 3 euro e 90. Come faccio a  conciliare qualità e prezzo? Vado da un ristoratore, gli offro un rossese di altissima qualità e gli chiedo 6,50 o 7 euro e il ristoratore  lo rivende a 14 o 15, che è comunque un buon prezzo , perché nei ristoranti il pigato, normalmente lo trovi dai 18 euro in su. 

Ma questo cosa comporta ? Crearsi una rete e portarglielo, perché non puoi chiedere a un ristoratore di mollare tutto per venirlo a prendere dal produttore. Ora io ho 50 ristoratori che mi comprano  una media di 5,6,7 sette cartoni, cioè 80 o 100 bottiglie.

Immagini cosa vuol dire andare tutti i giorni in lungo la costa ? Che passi la giornata in autostrada !”.

Il crollo del ponte Morandi, tagliando in due la Liguria, ha reso ingestibile una situazione già caotica, specie per i piccoli produttori che devono raggiungere i punti dove c’è turismo, cioè dove c’è traffico. 

“ Lo stesso vale per l’olio , per il formaggio.

– continua Sparso– ma vale anche per i fiori di Albenga. Siccome il prodotto si confronta con la concorrenza  Olandese, che fa qualità ma la fa su grandi numeri e grandi trasporti, non è indifferente usare un’autostrada che è fra le più care d’Italia, in cui invece che in 12 ore arrivi in 24, e che costringe i camion a fare 2 viaggi invece che 3 . Specialmente nel settore delle ‘aromatiche’ – timo , rosamarino, salvia etc. la concorrenza si gioca su qualche centesimo a pianta e tutto questo fa presto a incidere. La caduta del Ponte è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso e oggi mette in difficoltà centinaia di aziende”. 

I cavoli di Antonio Ricci. Val Bormida : ritorno ai prodotti del passato.

“L’ultima sciabola napoleonica l’hanno trovata un anno fa- racconta Antonio Massa – ma la terra dei boschi continua a restituire bottoni, e altri relitti . A Loano o in altre zone della Val Bormida hanno trovato anche armi degli austriaci, ma qui a Calizzano troviamo solo roba dei francesi perché qui c’era una specie di lazzaretto”

Mentre la bandiera di Napoleone attraversava come un fulmine la Liguria, lasciando una traccia indelebile nella storia di Savona e della Val Bormida, i feriti dell’armée

venivano curati a Calizzano con il distillato di un’ erba profumatissima, il ‘tanaceto crispum’, che da allora viene chiamata ‘archibus’ perché curava le ferite da archibugio. 

“Ho scoperto la ricetta da una mia zia che l’aveva avuta da una prozia – racconta Antonio– perché la usavano in casa come liquore”

Dopo aver passato la maggior parte dei suoi 52 anni dietro il volante di un camion, Antonio ha rispolverato un vecchio diploma da erborista, conseguito all’Università di Urbino e ora produce l’archibus, il liquore che in passato, in Val Bormida, serviva anche ad accellerare l’iter dei matrimoni 

“ Tenevano le bottiglie più belle – racconta Antonio – perché all’epoca le ragazze non uscivano da sole . Erano i giovanotti che andavano a visitarle in casa, e si racconta che i parenti delle meno belle, quando volevano accasarle, offrivano ai possibili candidati uno o più bicchieri di archibus per, diciamo, ‘condizionare’ il loro giudizio e concludere il fidanzamento”

Il nome dell’azienda, ‘Nirulè”, deriva dal fatto che il campo di Antonio è l’unico prato pianeggiante – “rulè” – del paese 

“ Ho iniziato questa attività quando facevo ancora il camionista – racconta –  raccolgo l’erba, la faccio essiccare e la porto a una distilleria di Cortemilia, dove viene messa negli infusori insieme all’alcool. Alla tintura madre si aggiunge poi acqua e zucchero. L’archibus fa 30 gradi. Ne produco 3000 bottiglie all’anno che distribuisco a ristoranti e negozi di prodotti tipici e ne vendo tante anche via internet.Il mio cliente più lontano è in Corea”

Antonio Massa è uno degli agricoltori che, all’interno di un’area, come la Val Bormida, depressa dal punto di vista industriale, ma ricca di boschi bellissimi, specie tra Murialdo a Calizzano, hanno deciso di puntare su modi di produzione d’altri tempi, e su prodotti con sapori e colori che sembravano usciti da un film di Olmi o di Piavoli.

Sempre a Calizzano, Jole Buscaglia e Sergio Revetria coltivano ortaggi antichi, come il cavolo navone, che, in tempo di guerra sfamò tanta gente, ma dopo era conosciuto e diffuso solo sul posto.

“Coltiviamo anche il sedano rapa e le barbabietole, – racconta Jole –cose che qui si coltivavano a fine secolo”. “Non usiamo diserbanti – aggiunge Sergio –pensando al futuro e alle incidenze tumorali. Mio padre è morto di tumore a 56 anni e non a caso tanti nostri clienti sono dei medici”.

Per combarre le erbacce si ricorre alla ‘paciamatura’ , cioè si copre il terreno con teli in fibra di mais, ma dove sbucano le piantine bisogna comunque intervenire a mano, il che significa, come dicono qui, “farsi un pajolo triplo”.

Il prodotto però vale la fatica : distribuito sia per vendita diretta, che tramite i Punti macrobiotici”, ha conquistato anche la tavola di Antonio Ricci che Jole rifornisce  regolarmente di verdura.  

“Il recupero delle tradizioni – spiega Walter Sparso della Cia(Confederazione Italiana Agricoltori)– è stato avviato soprattutto da aziende dell’entroterra che cercano di tipicizzare il proprio modo di produrre e riguarda antiche piante da frutto o decine di varietà di patate. Il successo dell’ “Albicocca di Valleggia” – già nota negli anni’30 e ’40 – è un fenomeno abbastanza recente. La Liguria aveva della qualità fantastiche di pesche. La mitica ‘pesca impero’, che mio zio coltivava a Borgio Verezzi, grossissima e dolcissima ma molto esposta agli attacchi degli insetti, oggi la stanno adesso recuperando a Tovo S.Giacomo.C’è stato un recupero enorme anche degli antichi grani usati poi nei prodotti da forno. La Valbormida, anche se è sempre stata uno dei centri dell’industria savonese, non ha mai perso la sua dimensione agricola. La tradizione era : marito in fabbrica moglie nei campi. Negli anni ’60 e ’70 la produzione agricola è stata marginalizzata, ma adesso, specie nell’alta valle, da Dego a Murialdo, Calizzano Bardineto, Osiglia, sta rifiorendo anche nel settore delle piante officinali ”.

Savona : rischia la paralisi l’ultima funivia d’Europa

Vista dalle colline di Savona, l’ultima funivia d’Europa è un gigantesco pentagramma di acciaio, che, da 107 anni trasporta carbone dal porto di Savona in ValBormida, scavalcando 18 km di boschi . 

 “Quand’ero ragazzino, anch’io mi aggrappavo ai vagonetti.– racconta Fulvio Berruti ex-dipendente delle Funivie e a lungo rappresentante sindacale– era una sfida fra ragazzi : vinceva chi si faceva trasportare più lontano, ma spesso le guardie di stazione ci correvano dietro. Mio padre, ‘funiviere’ anche lui, raccontava che, durante la guerra, i più poveri salivano sui pali per scaricare i vagonetti e rubare il carbone”. 

Quando venne realizzata nel 1912, quella di Funivie era la linea di trasporto aerea più lunga del mondo e da allora,i vagonetti che attraversano il “cielo sopra Savona”, sono una componente fissa del paesaggio che, resistendo alla sfida del tempo, sembra quasi rassicurare la provincia sulla continuità del suo destino industriale. Questa certezza è crollata a gennaio quando il ministero delle infrastrutture ha bloccato i finanziamenti (20 milioni) al gruppo Ascheri che ha in concessione l’impianto, perché non avrebbe rispettato l’impegno di coprire i parchi dove viene stoccato il carbone.

 “A gennaio dovevamo discutere con l’azienda un piccolo premio di risultato , perché abbiamo scaricato 100.000 tonnellate in più rispetto al 2017 – dice Fabrizio Castellani (Filt Cgil Savona)- e mai avremmo immaginato quel che stava accadendo e che l’azienda ci ha nascosto. E’ stato un parlamentare a dirci di contattare il MIT perché aveva sospeso i contributi che versa ogni 3 mesi, sia per l’esercizio che per gli investimenti tecnologici, compresa la copertura dei parchi carbonili a San Giuseppe di Cairo”

Funivie, insiema a Italiana Coke e al “Terminal alti fondali Savona”, fa parte di un sistema integrato che, con l’indotto, dà lavoro a 600 persone. Per essere sostenibile questa rete dovrebbe scaricare almeno 1500.000 tonnellate all’anno, cosa impossibile perché i fondali del porto di Savona accolgono solo navi di medie dimensioni.

 “ Senza contributo statale le Funivie non stanno in piedi – dice Castellani –ma se non ci fossero, ogni giorno vedremmo viaggiare fra Savona e Cadibona centinaia di Tir. Nell’accordo del 2007 , il Ministero dei Trasporti si impegnava sino al 2022 per un totale di 122 milioni di cui 29 erano destinati alla copertura dei carbonili”.

Quando esplose il caso di Tirreno Power, la centrale a carbone di Vado Ligure, tutte le tv corsero a filmare la polvere che anneriva i lenzuoli a poche centinaia di metri dal centro, verrebbe quindi da chiedersi perché il depositi di S.Giuseppe siano ancora scoperti. 

Il Gruppo Castaldi, che si era aggiudicato un appalto al massimo ribasso – spiega Castellani –aveva chiesto subito una revisione dei costi e Funivie gli ha revocato l’appalto assegnandolo a un nuovo gruppo che però è finito in concordato preventivo. Così dei 29 milioni ne sono stati spesi solo 2 per abbattere dei manufatti. Inoltre Funivie ha pagato cara la crisi di ItalianaCoke , perché, da quando è andata in concordato preventivo, non ha potuto per un sacco di tempo incassare fatture per 9 milioni. Probabilmente ha utilizzato i fondi del contributo statale per pagare gli stipendi dei lavoratori”. 

Funivie, in un comunicato, dichiara di aver sempre informato tempestivamente il Ministero sulle ultime vicende e dice che, al momento, le attività continuano senza problemi, anche in ragione di “una gestione oculata che ha consentito di accumulare discrete riserve di danaro“.

“Siamo confidenti- dichiara Paolo Cervetti, ad di Funivie– che gli enti coinvolti, sapranno trovare una soluzione per garantire un servizio pubblico che da 100 anni elimina più di 125 camion al giorno dalle strade.” 

Chiedo a Castellani se, in un contesto di ‘Crisi complessa’ come Savona, abbia senso bloccare il contributi :“La perdita di 600 posti per un’area come Savona sarebbe una catastrofe.Vogliamo sapere da Toninelli cosa vuole fare della filiera del carbone – risponde – se pensa che sia brutto e cattivo lo deve dire e deve assumersi le sue responsabilità, ma io credo che lo stop ai contributi sia soprattutto un fatto burocratico e non ideologico, che richiede una scelta politica. Abbiamo chiesto un incontro con il ministro, ma per ora abbiamo avuto solo contatti con funzionari. Anche perché ben due sottosegretari ai trasporti, Siri e Rixi, sono stati spazzati via da vicende giudiziarie… “

Crisi Complessa : il documentario

I vagonetti, che, da più di un secolo, trasportano il carbone dal porto di Savona alla Italiana Coke di Cairo Montenotte, animano l’ultima funivia d’Europa. Durante la guerra erano il ‘luogo del coraggio’ : i ragazzi più poveri (e più coraggiosi ) ci saltavano sopra , si facevano trasportare per alcuni km, e scaricavano carbone per le famiglie. Dozzine di ex-voto, nelle parrocchie, raccontano incidenti sventati solo dall’intervento divino. Oggi questo incredibile impianto, è il simbolo involontario del destino di un intero territorio, appeso a un filo,  che rischia di diventare il Sud del Nord.

“ Lo stop imposto da Toninelli ai finanziamenti erogati a Funivie Spa– racconta il SecoloXIX– mette a rischio il completamento della copertura dei parchi di carbone di Bragno(un progetto da 29 milioni di euro), rendendo incerto il futuro stesso di Funivie, dato che dal 2021 verrà sospesa anche le concessione ”. I sindacati temono che il blocco dei finanziamenti possa falciare altri 600 posti lavoro in un territorio che ne ha già perso 8000 nell’industria e 6000 nelcommercio e chiedono alla Regione di intervenire presso il Mise e il Mit per trovare soluzioni, anche ricorrendo agli incentivi pubblici previsti dallo status della provincia definita, tre anni fa, “area di crisi industriale complessa». 

“CRISI COMPLESSA”, è il titolo di un documentario che prova a raccontare la mutazione della provincia di Savona attraverso le storie di chi la vive sulla propria pelle. Acna, Montecatini, Fornicoke, Brown Boveri, Ferrania, Italsider, sono i nomi di un percorso a tappe che ha scandito l’impoverimento di un’intera provincia, in settori chiave della produzione energetica, della siderurgia, della chimica, dell’elettromeccanica, dell’agro alimentare. Mancata innovazione tecnologica, incapacità di riconversione in settori strategici, difficoltà nel rapporto tra produzione , ambiente e territorio – dall’Acna di Cengio alla TirrenoPower – hanno prodotto un cimitero di fabbriche che si estende dal finalese alla Val Bormida. A tutto ciò si è aggiunto il crollo del Ponte Morandi che ha aggravato il degrado progressivo delle infrastrutture di comunicazione. Un ceto operaio relativamente benestante, che a Murialdo o a Ferrania o a Quiliano , aveva case in proprietà, ereditate dai genitori e alternava il lavoro in fabbrica a quello negli orti, oggi si trova con due sole prospettive: la cassa in deroga o l’emigrazione all’estero. Con la popolazione che invecchia a ritmi giapponesi, l’industria che scompare e la gioventù che parte o vivacchia con le pensioni dei nonni, la mutazione a cui stiamo assistendo non è solo economica ma anche antropologica e ambientale e ha caratteristiche che ne fanno un caso unico in Italia. I prezzo più alto lo stanno pagando i giovani come Luca (22 anni): “Ho portato curricula in tutta la riviera – racconta – Ovunque potessi arrivare col motorino o in bus ci sono andato, ma, tra lidi, bar e ristoranti, l’estate scorsa nessuno mi ha proposto un lavoro, eppure in casa si deve campare. Almeno un pasto, due pasti al giorno si devono fare. Mia sorella, più grande di 15 anni e che ha vissuto prima di me questa fase , mi dice di continuare a cercare, cercare all’estero perché qui non c’è via di uscita“. Luca, è uno dei 40.000 giovani “NEET”, che, in Liguria, sono esclusi dal lavoro e dallo studio e la Cgil di Savona ha ricordato in piazza il 1° maggio : “Ho sempre accettato qualsiasi lavoro – dice –portavo pizze già a 14 anni, poi ho lavorato nel giardinaggio, come fattorino, come aiuto in cucina , ma a volte ti senti come uno schiavo. Mi è capitato di uscire di casa alle 7 del mattino e – non potendo tornare a casa nelle pause – di rientrare alle 4 di notte. Più che la rabbia ti prende la depressione e l’ansia. Pensieri strani, che ti mandano giù a livello fisico e mentale. Mi chiedo : ‘Cosa farò? Cosa succederà ?…’”. Gli incentivi di stato stanziati tre anni fa  ( 40 milioni )  connessi alla definizione di “area di crisi industriale complessa” basteranno ad attrarre nuove aziende e ad offrire un futuro alla provincia e a ragazzi come Luca ? 

A lui è idealmente dedicato il documentario “Crisi complessa” che vuole mostrare la Resistenza, o meglio la Resilienza, di una civiltà industriale che non vuole scomparire. 

Prodotto da ARCI Savona in collaborazione con Fondazione Agostino De Mari, CGIL Savona e Unione Industriali della provincia di Savona e realizzato da: Mimmo Lombezzi e Mario Molinari con la collaborazione di Giovanna Servettaz (da un’idea di M.Lombezzi) verrà proiettato in anteprima il 23 maggio alle 18 a Savona al Nuovo Filmstudio (Piazza Rebagliati 6) 

Ex-FERRANIA : la memoria degli anziani e la dignità dei licenziati

Alessandro Bechis (fotogramma di Mario Molinari)

Ferrania(Savona). A pochi di metri dai cancelli di quella che era “la città del Cinema”, la fabbrica che produceva le pellicole della commedia all’italiana, l’erba invade i cortili delle palazzine, abbandonate come certi quartieri dell’est-Europa, dopo il crollo del socialismo. Un proiettore, divorato dalla ruggine, presidia ancora una sala del “Dopolavoro”,che, sin dagli ’30, offriva ai dipendenti un bar, un teatro e un cinema. “Questo era il ‘Palazzo degli Scapoli’ – racconta Antonio Mastromei che in Ferrania ha passato 36 anni anni , dal 1960 al 1996 – la palazzinache ospitava i laureati neo-assunti. Ci ho vissuto dal settembre ‘60 fino all’agosto ‘61 quando mi sposai. La domenica era il deserto dei Tartari. Non c’era nessuno.. L’unica era prendere l’autobus e andare a Savona. Ho passato molte sere da solo, ma ero già fidanzato. Però in valle c’era una vera e propria ‘caccia allo scapolo’, soprattutto da parte delle figlie dei capireparto. Molti amori, fugaci o duraturi, sono nati nella sala dove si testavano le pellicole”. Pare che alcune passioni non fossero proprio disinteressateLa levatrice di mio figlio – racconta Mastromei– diceva che, prima della guerra, vigeva una specie di ‘Jus Primae Noctis’. Era una fabbrica di interesse nazionale e per entrarci si faceva di tutto…” Sulla strada deserta, passa solo qualche auto. “E’ molto triste guardare questo cancello – dice Giamauro Ardizzone, 90 anni , ex-dirigente della Ferrania – quando c’eravamo noi, al mattino, entravano 1000 persone. Abbiamo vissuto il periodo dei grandi film. Si testava il colore della pellicola sulle immagini della Pampanini e tutti se la sognavano. C’era una vera affezione per la fabbrica. Ricordo un inverno in cui gli autobus erano bloccati e gli operai, pur di lavorare, arrivarono a piedi, nella neve”. 

I due anziani ci mostrano un altro segno di quella che era “l’Olivetti della Valbormida” : il casinò di caccia, un cottage assediato dai rampicanti, dove un tempo si tenevano riunioni e cene aziendali. Mastromei ci mostra anche una delle palazzine costruite per i dipendenti : case con muri di mattoni e intercapedine di sughero, robuste, ben progettate, e con affitti, all’epoca, molto bassi. Case che oggi valgono pochissimo : un appartamento di 100 mq è stato venduto a 25000 euro.

Quando mi sono sposato – racconta Mastomei – andai dal direttore tecnico, il dottor Aimar e gli dissi che con l’affitto non ce la facevo. Dopo tre mesi, mi ha aumentato la paga base del 20%,più la tredicesima, più la cosidetta ‘regalia’. Insomma mi sono comprato la ‘500 ! Per la fabbrica avrei fatto qualsiasi cosa !”. Se i dipendenti più anziani ricordano la ditta come una grande famiglia, quelli falciati dalla chiusura definitiva del 2013, masticano amaro, come Furio Mocco, che è stato anche uno dei portavoce dei lavoratori.  

“Avevo un curriculum di tutto rispetto. Quando abbiamo avuto la certezza della chiusura ho spedito 12000 curricula in tutta Italia. Ho avuto 6 o 7 ritorni, che hanno prodotto 2 o 3 colloqui, a Torino e a Milano. Io sono un ingegnere informatico. Gestivo una tecnologia all’avanguardia, ma avrei accettato qualsiasi ricollocamento. Le risposte erano: ‘possiamo offrirle un impiego da neoprogrammatore’. Si parlava di compensi molto piu’ bassi, tra i 1100 e i 1200 euro, con trasferimenti su Milano o Torino a mie spese, ma avrei accettato qualsiasi cosa pur di maturare gli anni che mi mancavano alla pensione (avevo 55 anni). Invece dopo un po’ richiamavano e mi dicevano: ‘Nella posizione che abbiamo aperto ‘c’è un limite di età.Non se ne fa nulla’. Io capisco che chi fa reclutamenti di personale investa su persone più giovani di me, più flessibili, ma non capisco la retorica del ‘disoccupato-che-non-vuol-lavorare’. Io avrei fatto qualsiasi cosa, anche rimettendoci, pur di arrivare a un età che mi permettese di chiudere la carriera lavorativa. Avendo maturato 43 anni di contributi, alla fine, ho ripiegato su una contribuzione volontaria di 3 anni, e mi sono assicurato una via d’uscita, ma a che costo! Mi sono dissanguato”. Oggi Furio collabora come volontario con la Pallavolo di Carcare, mettendo a frutto i corsi che ha fatto : come arbitro e come grafico (cura i volantini), ma aiutando anche nei lavori più umili come pulire i campi: “Per  tornaread avere un rapporto con la gente, con i giovani”. Quando venne licenziato dalla Ferrania, Marco Zagaria ne aveva 33 anni, e dopo 3 anni di mobilità e di incertezza è riuscito a ricollocarsi in un’altra ditta della Valbormida. Che cosa lo ha aiutato ? :“il fatto che ho la testa dura, che non mi arrendo mai – dice accanto alla mountain bike con cui esplora i boschi della valle (si è pure rotto due costole ndr) –quello che chiedo è solo buona salute per lavorare e combattere, anche per mio fratello che ha 50 anni ed è senza lavoro. Son quelli che stanno peggio. Gli ‘esclusi’ della Fornero. Il fisico cambia e non ce la fanno sopportare certi ritmi nelle ditte di adesso.I più penalizzati sono loro”. Il fisico è stato anche uno dei problemi che hanno reso una corsa a ostacoli la vita di Alessandro Bechis: “Ho passato 25 anni in Ferrania, 30 se si considera la cassa integrazione e la mobilità. Sono entrato a 22 anni e da operaio avevo un signor stipendio. Oltre a mantenere la famiglia, con due figli , mi potevo permettere l’ultima telecamera vhs o l’impianto stereo. Perso il lavoro, alla soglia dei 50 anni, ho cercato di reinventarmi, ma non è stato possibile perché, oltre all’età, ho un’invalidità, una difficoltà di deambulazione. Ho avuto anche una malattia legata all’amianto: un tumore alla laringe, tipico dell’asbesto, placche pleuriche, fibre di amianto nell’espettorato, ma, all’Inps, ho scoperto che non ero ‘abbastanza morto’ per andare in pensione. Ho aderito anche un progetto per lavori socialmente utili presso i vari comuni della vallata, che garantiva 500 euro al mese grazie a fondi regionali, ma era a termine. L’anno peggiore è stato quando sono finiti gli ammortizzatori sociali. Non avevo più i soldi nemmeno per le sigarette, ma continuo a ritenermi sufficientemente fortunato, perché ho un tetto, e un pezzo di bosco per scaldarmi facendo legna. Incontro conoscenti che mi dicono: ‘non ti fai mai vedere in giro’, ma se non ho neppure i soldi per una pizza cosa esco a fare? Non mi piango addosso. Si accetta la propria condizione, ma ci si rinchiude un po’. Molti miei ex-colleghi sono andati in depressione. La causa? Vede noi uomini abbiamo questa idea, magari atavica, che sia nostro dovere portare a casa il pane, mantenere la famiglia e pesa molto, per dei lavoratori, non trovare lavoro, tornare a casa e vedere la moglie che fa una fatica tanta per pensare per tutti. Oggi ho 56 anni e 35 anni di contributi  Alla pensione mancano 10 anni, sono tanti. Quello che spacca, che abbatte molti di noi è l’aspetto della dignità. Io a vent’anni ero già fuori casa, mi stavo formando una famiglia e non dipendevo da nessuno. I ventenni di adesso arrivano a 40 anni e sono ancora con i genitori. Io ho sempre badato a me stesso, con decoro, con onore, e ora dipendere dalla pensione di mia mamma, che fa ancora qualcosa perché sa cucire, mi ammazza. Non fossi invalido farei qualunque lavoro. Farei il camallo. Porterei i sacchi.” 

Alessandro è un esempio della dignità di quella che era la classe operaia della Liguria. Da volontario, collabora alle ricerche del Ferrania Film Museum di Cairo, la ‘memoria’ vivente di una delle più importanti aziende del paese. Con le sue conoscenze (e il suo look da nocchiero) sarebbe un ottimo story-teller, se una gestione del turismo regionale, intelligente decidesse un giorno di dare un senso all’archeologia industriale del Savonese ma ci vorrà molto tempo. “Leggendo le cartelle dell’ufficio personale – racconta Bechis – ho trovato anche quelle di mio padre, di mia zia, di mio nonno, uno dei primi  a maneggiare la pellicola. Sono interessanti perché si capisce che il direttore, l’ingegner Schiatti, leggeva tutte le lettere, rispondeva a tutte e sapeva tutto dei dipendenti. C’era chi gli scriveva per far assumere il figlio, c’erano mogli che sollecitavano notizie dei mariti al fronte. E lui scriveva ai comandi per avere notizie o ai dipendenti in divisa per mandargli dei soldi e dirgli ‘la fabbrica ti sta aspettando’. Dal 1926 al 1966 . Un epistolario lungo 40 anni. C’era un senso di famiglia, che oggi sopravvive in pochissime aziende”.

Antonio Mastromei (fotogramma di Mario Molinari)
l’ex-dopolavoro Ferrania (fotogramma di Mario Molinari)
Furio Mocco (fotogramma di Mario Molinari)
il cancello della ex-Ferrania ( fotogramma di Mario Molinari )
Giammauro Ardizzone (fotogramma di Mario Molinari)

Marco Zagaria (fotogramma di Mario Molinari )

Roccavignale (Savona) : produrre cibo per resistere alla crisi

Fa un freddo porco e la neve comincia a stringere la sua morsa anche sulla Valbormida. Sulle curve della Torino-Savona i tir rallentano e le cabine evaporano imprecazioni perché, da un momento all’altro, l’autostrada può diventare una trappola.  Sulle alture di Roccavignale, incurante del vento e con un cappello di pelliccia alla Davy Crockett,  Renato Agosto, meccanico in pensione, si erge come un’eroe del west su un fondale di boschi imbiancati e di mura medievali sopravvissute alle truppe di Napoleone. In mano stringe la trottola di legno che ha appena tornito, la lancia su una tavola, la recupera al volo e continua a farla girare sul cucchiaio che stringe fra i denti. Renato è il “Trottolaio” di Roccavignale , il custode di una tradizione che si perde nei secoli. “La rotazione dura sino a due minuti – spiega – ma dipende dalla qualità della punta. Quando ero giovane era ricavata dalla testa di acciaio delle pallottole del moschetto. Nelle sfide fra ragazzi, vinceva chi riusciva a con la punta a spaccare la trottola dell’avversario, ma oggi sono pochissimi i giovani che sanno usarla” Rilanciata, da Renzo Gandolfo, morto l’anno scorso, questa tradizione millenaria è entrata nel 1996 nel Guinness dei primati, con una trottola gigante, pesante quasi 3 quintali, che roteò per 26 minuti.Un facsimile, istallato davanti al municipio, ricorda l’evento ma allunde, involontariamente, anche alle giravolte e ai capricci dell’economia che, oggi, colloca anche Roccavignale nella cosidetta “Area di crisi industriale complessa”, insieme ad altri 21 comuni della provincia di Savona. Le tracce di questo sisma economico sono poco lontane dal centro. Amedeo Fracchia, il sindaco, ci mostra un capannone abbandonato da 5 anni: Qui c’era uno dei piu’ grandi impianti per la sabbiatura industriale – dice-carpenterie metalliche enormi, come quelle delle centrali elettriche, venivano smontate, sabbiate , riverniciate e rimesse a nuovo”. Una coltre di sabbia grigia copre i pavimenti e si accumula in una fossa rettangolare al centro del capannone. “Era una sabbia molto dura – spiega Fracchia–  che, sparata ad altissima pressione, veniva usata per ripulire i metalli dalle scorie e dalla ruggine. Qui lavoravano per Ansaldo, Finmeccanica e soprattutto per la centrale di Vado , la Tirreno Power … Quando i grandi clienti, come Tirreno Power, sono entrati in crisi, hanno dovuto chiudere. La Salpa è stata l’azienda piu grande che ha chiuso a  Roccavignale. Aveva 75 dipendenti. Tanti per una realtà come la nostra che ha 760 abitanti. La prima sensazione fu lo sgomento, poi il fatto che la ditta avesse alle spalle una famiglia benestante ha permesso di chiudere evitando il fallimento, di rivendere le attrezzature e di dare alle persone il tempo di ricollocarsi sul territorio”. Un altro capannone, ancora più grande (3500 mq) ci viene mostrato da Armando Caneto : “ Qui c’era tutto alluminio. Anodizzavo e vendevo 1600 quintali di alluminio al mese, ma con il collasso del mercato edilizio è crollato anche quello dei serramenti. Costruzioni nuove non ce ne sono. Oggi gli appartamenti sono tutti vecchi e magari hanno serramenti di 30 anni. Di tutti i clienti che servivo, da Sestri Levante a Marsiglia, 200 o 280 clienti, ne saran rimasti una ventina. L’impianto di anodizzazione oggi lavora solo per i pistoncini dei freni e le pompe delle macchine ma, come serramenti, non anodizziamo piu’ neanche una bara..”

Armando è un patriarca dell’industria che, prima di arrivare a 83 anni, ha aperto 23 aziende, in Italia, Tunisia e Romania, e oggi rimpiange di non avere abbastanza “cose da fare”. Figlio di genitori poverissimi, ha iniziato a lavorare a 13 anni, sgobbando 6 anni gratis, per imparare un mestiere.”. “I miei figli non mi hanno seguito – dice– e ho dovuto abbandonare tutte le attività che avevo: vasi da fiori, trivellazioni, alzacristalli per la Fiat… Ho fatto le cose più incredibili ! Non per i soldi, ma per la soddisfazione di creare qualcosa di buono che serva anche altre persone. Qui non vengo mai perche’ mi sento male. Qui a sinistra – dice indicando il cuore– c’è quell’affare che batte e che forse comincia a dare dei problemi, perche’ aver lavorato una vita per vedere tutto andare a catafascio e’ una cosa che uno non si puo’ spiegare. Pensi che per questo capannone vuoto pago 50.000 euro di imu all’anno ! “ A fianco dei capannoni abbandonati non manca chi cerca di resistere. Valentina Genta combina i pearcing e la grazia delle donne che lavorano nella moda o nella finanza, con una rozza divisa da metalmeccanico e guanti sporchi di vernice. Lavorava alla Salpa come impiegata e quando la ditta ha chiuso, nel 2015, ha aperto col marito una piccola azienda che fa sabbiature e verniciature e dà lavoro ad altri due addetti. Il momento più drammatico è stato quando ce l’han detto – acconta –non ce lo aspettavamo. Hanno iniziato a lasciar la gente in cassa integrazione , poi ci hanno chiamato , ci hanno fatto sedere ci han detto ‘ragazzi purtroppo chiudiamo’. All’epoca ero nubile e vivevo con i miei genitori. Di fame non sarei morta, ma per chi aveva famiglia e un solo stipendio è stata dura. Alcuni hanno ritrovato un lavoro solo dopo 3 anni. Le aziende chiudevano, nessuno assumeva. Io ho fatto domande dappertutto, dai supermercati ai negozi, alle pulizie e non trovavo nulla. Poi, mi sono sposata e con mio marito abbiamo deciso di investire liquidazione e risparmi e di metterci in proprio. Ci è andata bene. Del resto io preferisco il lavoro manuale. Mi pesava star tutto il giorno alla scrivania”. Faceva l’operaio anche Alessio Armandi ( 28 anni ) che un anno fa ha deciso di riattivare il forno a legna del nonno e fare il panettiere. Gli occorrono tre ore per portare il forno alla temperatura giusta a cui va aggiunto il tempo per distribuire il pane nei paesi, ma il prodotto, che sembra uscito da un film di Olmi, vale la fatica. Nella fase di ‘transizione’ da un lavoro all’altro Alessio dormiva due ore per notte : tolta la tuta metteva il grembiule da fornaio e quando parla del nonno non riesce a nascondere l’emozione  :“ È morto proprio qui, mentre lavorava – dice– la ‘spadina’  (la pala di legno per infornare ndr ) è la stessa che usava lui. Il forno lo aveva costruito un francese oltre 100 fa”.  Sulla collina di Roccavignale, una panchina gigantesca creata  da Chris Bangle, il designer delle Bmw che ha scelto di vivere nelle le Langhe a un’ora da qui,  permette di sedersi in gruppo, come bambini in gita, e contemplare un paesaggio che l’anno scorso hanno attirato qui anche una troupe giapponese, ma i boschi, che si arrampicano sino a 1000 metri, pochi anni fa erano in gran parte campi coltivati . La campagna l’abbiamo lasciata andare – dice Renato Agosto– i nostri antenati coltivavano anche pezzi di terra di 5 metri. Spesso, quando vado a funghi, scopro ancora tracce dei campi e mi dico ‘toh, qui una volta coltivavano’. Il problema è che abbiamo viziato i giovani, e la colpa è della mia generazione e ancor più di quella successiva . Sin che ci siamo noi pensionati , si va avanti, quando noi ci saremo più non so cosa faranno i miei nipoti ”.  Non ha rimpianti Armando Caneto : “Una volta mio figlio è arrivato alle 8 e un minuto – racconta- l’ho rimandato a casa davanti a tutti e lui giustamente ha detto a un suo amico : ‘con mio padre non si puo’ lavorare perche’ e’ un dittatore!’, e io gli ho detto: ‘va bene io saro’ un dittatore, ma se te mangi e hai del benessere e’ grazie a questo dittatore! Perchè se te non ti dai da fare come si deve, nella vita andrai a fare il dipendente e se ti daranno dei calci nel sedere li prenderai tutti !”. Chi non sembra aver bisogno di calci nel sedere è Alessio Fracchia (22 anni) Dopo aver inseguito il pallone per 10 anni –  è presidente dei tifosi juventini del paese –  oggi segue le api nelle loro migrazioni stagionali e produce miele insieme ad altri due ragazzi. “ Dopo un corso da apicultore a Savona , ho iniziato con 10 sciami e ora ne ho 150. Vendo al dettaglio nei negozi , oppure in fusti a cooperative o aziende che usano miele in grandi quantità ”. Gli chiedo se non soffra la solitudine ,  ma risponde che gli piace stare all’aria aperta e che non cambierebbe mai il suo lavoro per un posto in fabbrica, anche perché il progetto è in crescita. Per promuovere la produzione di cibo che sembra uno dei pocchi settori in espansione in Liguria , il comune ha assegnato la De.Co – la Denominazione Comunale di Origine – sia al miele di Alessio che alle cipolle ripiene di Manfredina Ghisolfo. A 85 anni, la titolare della formula, accetta di rivelarla alla telecamera di Mario Molinari e a due giovani cuoche , Paola ed Eleonora, che hanno aperto una gastronomiaa Millesimo, il paese contiguo. Entrambe vengono da altri mestieri: una faceva la cameriera e l’altra l’operaia. Dopo aver pagato un prezzo altissimo all’industrializzazione – basti pensare ai veleni dell’Acna di Cengio – la Valbormida sta lentamente tornando alla risorsa principale di una delle più grandi macchie verdi d’Europa : la produzione di alimenti. Anche il sindaco di Roccavignale, ci crede , al punto che, insieme a due soci , ha investito sul vino destinando  22000 metri quadrati ( che diventeranno 60.000 ) alla produzione di granaccia e di scimimiscià, nome dialettale che vuol dire “cimiciato”, ossia puntinato, per la presenza di piccoli segni sugli acini simili a quelli lasciati dalle cimici Rischi ? – dice Fracchia – beh sono la grandine , le infezioni e la possibilità che non si trovi la manod’opera per la vendemmia. Ci vorranno 20 persone. Quest’anno abbiamo raccolto 38 quintali di uva in una giornata lavorando insieme : soci, dipendenti e pensionati pagati con i vaucher . Diventerà il più grande vigneto della Valbormida e se andrà bene ci saranno dei giovani che seguiranno la stessa strada “

 

 

 

 

Se gli studenti prendono la parola. Francesca Gualandri e la pedagogia vocale.

Tu non sei razzista, sei stronzo”,il video in cui Maria Rosaria Coppola, una costumista Rai di 62 anni, ha messo ko un giovane “sovranista” che insultava un immigrato, è diventato virale, ma giustamente quelli di “Fanpage” si sono chiesti come mai almeno 10 persone presenti alla scena non siano risucite a prendere la parola . “Sono ignavi? Sono vigliacchi? – scrivono– chiunque di noi si è chiesto : se fossi stato lì seduto, come avrei reagito ? Avrei preso la parola o sarei stato zitto ?” (1)

Proprio la capacità o meno di “prendere la parola”,anche in contesti molto più quotidiani come un consiglio comunale o un vertice aziendale, è al centro delle ricerche di Francesca Gualandri (1967) una musicologa, esperta di retorica del gesto, che, da anni, si occupa di pedagogia vocale, tenendo corsi dipublic speakinge voice coaching sia in privato che collaborando con l’Università Cattolica di Milano.(2) Un suo articolo scritto con il professor Olivier Béguin (3) racconta come i seminari di voice coaching siano nati proprio per aiutare gli studenti di Scienze linguistiche e del Master in Risorse Umane a superare la difficoltà di “prendere la parola”, ricorrendo alle tecniche dell’”Actio”,quella parte della Retorica che, secondo Quintiliano,combinando voce e gesto, forgiava l’oratore.

“Riconoscendo le difficoltà degli studenti a presentare un discorso, a parlare di fronte a un pubblico – scrivono Gualandri e Béguin– abbiamo cercato di creare un contesto che consentisse loro di superarle o di ridurle. Raramente i nostri studenti hanno l’opportunità di parlare in pubblico a volte sono a disagio durante un esame orale. Obbiettivo di questi workshop è aiutarli a gestire la paura del palcoscenico, migliorare la qualità della voce parlata e la loro pronuncia.Il problema più diffuso tra i nostri studenti è la difficoltà a mobilitare la propria energia al servizio della voce, problema dovuto a due ragioni : la prima, psicologica, relativa al ruolo dello studente; la seconda di natura tecnico-fisiologica. Il contesto universitario a volte tende a favorire un certo profilo di studente: serio, discreto, più concentrato sull’ascolto che sull’espressione personale… Queste ‘qualità’, reiterate nel corso degli anni, non preparano sufficientemente lo studente all’ingresso nella vita professionale dove spesso sono richieste altre qualità, specialmente a chi mira ad occupare una posizione di responsabilità: competitività, fiducia in se stessi, autorità, imprenditorialità,etc. Ci sono poi le difficoltà di natura tecnico-fisiologica. Quando si avverte la paura del palcoscenico, una delle reazioni involontarie più comuni è quella di accelerare. I gesti, la respirazione e la parola diventano più veloci e a scatti. Lo studente sembra avere solo un desiderio: finire velocemente e tornare al suo posto.”

Ma perché è ancora così difficile, nell’era dei social network e della comunicazione H24,  “prendere la parola” ?: “Per prendere la parola devi essere in contatto con quello che hai dentro – risponde Francescanon ci riuscirai mai , se ti blindi, se non respiri , se rimuovi le emozioni . Se ti ‘schermi’ di fronte a tutto, è molto difficile esprimersi . Il problema delle nuove generazioni è che l’educazione le gonfia di informazioni che non sanno gestire, come oche da ingozzare. Non ti viene chiesto di sviluppare un pensiero critico. Al massimo ti viene data la parola solo per chiederti di fare un ‘report’ su quello che hai ricevuto. E’ un’educazione che non prepara assolutamente a ‘prendere la parola’ e che fa sì che tu ti senta sempre inadeguato. Da quando nasci a quando muori, ti si insegna ad essere un bravo suddito. Anche la lezione è ‘frontale’ : non  ci sono momenti in  cui lo studente può interagire . Al limite può dire ‘SCUSI NON HO CAPITO (io pirla…)’ La maggior parte degli studenti cerca di avere un profilo basso, di non farsi notare. L’ideale è l’invisibilità. Io vedo sempre, che tutti, quando devono parlare in pubblico, hanno una paura terribile del giudizio degli Altri : cosa penseranno di me ? Gli piacerò ? Non gli piacerò ? Saranno ostili ? Saranno accoglienti ?. Così arrivano completamente contratti prima ancora di sentire l’ambiente, il pubblico e se arrivi con l’atteggiamento del ‘chiodo’ di certo troverai il tuo ‘martello’ , mentre se ‘senti’ come è la sala, se rischi, se ti esponi, avrai un’altra risposta.”

Il problema è che, a monte, c’è l’idea che essere in pubblico voglia dire “essere dato in pasto”veicolata , secondo Gualandri , soprattutto dai reality – dal GF a Masterchef, in cui essere in pubblico vuol dire essere nell’arena. “Questa dimensione gladiatoria , per cui esporsi vuol dire essere linciato, ha contagiato anche i talk-show. Basti pensare al ritmo, ai dialoghi aggressivi, banali, costruiti in modo che anche chi è competente non abbia assolutamente lo spazio per argomentare. Alcuni miei allievi che studiano canto vorrebbero andare ad ‘Amici’ o a ‘X-Factor’, ma per cosa ? Se ti ‘forgiano’ per vincera ad ‘Amici’ per esempio, lo fanno per farti entrare in uno standard che rende tutti uguali. Non è un caso che quelli che emergono veramente nella musica siano più spesso degli outsiders, penso, per esempio, ad un Ed Sheeran”.

                                           

(1) https://napoli.fanpage.it/napoli-donna-reagisce-contro-un-razzista/

(2) Francesca Gualandri  (https://francescagualandri.name) ha collaborato con il centro di musica antica di Ginevra, il conservatorio della Svizzera Italiana, l’università di Trento e di Göteborg.

(3) Cahiers de l’Apliut : Vol. 37 N°2 | 2018

 

 

 

 

 

Vado Ligure (Savona) : rischia la chiusura la fabbrica delle locomotive

“ Ho lavorato in Bombardier per 15 anni . Quando ci sono entrato avevo il sorriso sulle labbra. Era un’azienda stupenda. Un’azienda che rispettava le leggi sulla sicurezza. Era un fiore all’occhiello, come la Piaggio , la Trench , la Vitron, le aziende che sino a ieri ci davano da mangiare”. Patrizio Lai ,che fa parte della Rsu, lavora alla Bombardier di Vado Ligure da 15 anni , ma oggi ne parla al passato, perché nei prossimi mesi la fabbrica potrebbe chiudere . “devono capire che è un problema sociale  – dice – se resto a casa io c’è una famiglia che resta a piedi, se restano a casa 50 operai, saranno 50 famiglie. Se se domani resterò a casa con tre bambini non so proprio cosa posso fare . A 46 e con tre bambini anni è difficile spostarsi “ . Alla Bombardier, la fabbrica delle locomotive, le famiglie che rischiano di “restare a piedi” sono oltre 500, tante quanti gli operai che lunedì hanno e raggiunto Savona per marciare sino alla prefettura. A poche centinaia di metri dalla carcassa della TirrenoPower , e altre dozzine di relitti di un sisma economico che ha prodotto 30.000 disoccupati nella provincia di Savona , ora entra in crisi un mito dell’industria italiana. La fabbrica delle motrici, infatti , meriterebbe una canzone di Guccini per le locomotive  che ha sfornato (anche per il Frecciarossa), per la sua passata resistenza al fascismo e per la sua recente resistenza ai mercati, ma sembra che tutto ciò non basti a salvarla dai tagli decisi dalla casa-madre, una multinazionale. Il piano del gruppo infatti , prevede o 5000 esuberi , soprattutto nel settore avio, ma anche nel settore trasporti. Solo a Vado Ligure sarebbero oltre 500. “I lavoratori hanno uno stipendio di 800/900 euro al mese “ dice Bruno Martinazzi, una specie di sosia di Bruce Willis, che, da sempre anima la rsu Bombardier  “abbiamo un prodotto che ha mille difficoltà dovute da chi governa Bombardier, compresi i tedeschi che fanno arrivare male e poco il materiale. La locomotiva che vedete è qua solo grazie all’impegno dei lavoratori, alla loro esperienza e alla loro professionalità. Vado Ligure è, purtroppo un reparto ‘sacrificabile’ della parte tedesca dell’azienda “In questa vertenza riteniamo che il gruppo abbia delle responsabilità enormi, conferma Andrea Mandraccia, segretario Fiom Cigl “ si sta verificando un momento di non ritorno, se non arrivano in tempi rapidissimi, carichi di lavoro che possono assicurare la sopravvivenza di questo sito, nel 2019 dovremo  celebrare il funerale di una fabbrica che ha oltre un secolo di storia e faremo il possibile perché questo non accada“. Insieme alla Piaggio di Villanova d’Albenga, la Bombardier rappresenta l’ultimo bastione della grande industria nel savonese e se venisse espugnato, questa parte della Liguria rischierebbe di diventare il sud del nord.  Si tratta di una multinazionale che sul territorio ha preso qualsiasi tipo di commessa da parte del governo e di Trenitalia, – dice Andrea Pasa il segretario della Cgil,– Bombardier ha fatto utili enormi e non ha investito un euro. La responsabilità è della multinazionale e ma è anche il management  italiano che non incide. Le poche produzioni che potrebbero fare su territorio italiano le stanno dirottando in Germania. La politica nazionale deve almeno preservare le produzioni italiane perché restino in italia”. La parola “ESUBERI”, cara agli uffici del personale, evoca un eccesso di energia , un’”esuberabza” dei dipendenti quasi che si moltiplicassero di notte , sfidando i piani dell’azienda o che rifiutassero di scomparire spontaneamente quando non servono più . La realtà dei presunti “esuberi” è piu malinconica perché sei anni di incertezza e di cassa integrazione brucerebbero l’energia di chiunque. “ Cassa integrazione vuol dire che ci rimetti dagli 8 ai 10.000 euro all’anno e per una famiglia monoreddito è una mazzata – dice Sergio , 49 anni, operaio all’assemblaggio – Ho due figli , mia moglie che lavora e abbiamo resistito, ma se la fabbrica chiude, chi mi assume ?  E non so neppure se i giovani troverebbero qualcosa “  “ Come  si è arrivati a questa situazione ? Per disinteresse da parte dei nostri vertici e non parlo dei dirigenti locali parlo dell’azienda globaledice  Marilena Bona, impiegata “ Il sito è stato spremuto il piu possibile senza innovazione, senza nessuna volonta di fare investimenti sul  futuro. Mi rendo conto della sofferenza miei  colleghi . Noi impiegati l’abbiamo subita di meno, ma ora per tutti non ci sarà la cassa integrazione , ma il licenziamento. ” Lunedi scorso i 500 (possibili) esuberi della Bombardier che hanno marciato sino alla Prefettura di Savona, hanno attraversato una città ancora sotto shock, dopo lo tsunami che ha distrutto la costa e il l rogo che ha ridotto in cenere uno degli ultimi ecomostri, l’orrendo palazzo dell’Autorità Portuale. Più di due anni fa, su pressione dei sindacati, la provincia di Savona è stata definita “Area di crisi industriale complessa”. I quindici nuovi insediamenti produttivi che dovrebbero istallarsi grazie e 40 milioni di contributi pubblici produrranno 449 nuovi posti di lavoro, ma basteranno con le ultime crisi che si sono aperte ? “La Bombardier è una delle aziende spina dorsale del savonese” dice Andrea Pasa “per l’area di crisi rappresenta un colpo duro. Se non riusciamo a trattenere qui Piaggio e Bombardier , quei 500 posti lavoro che nasceranno dalle 15 manifestazioni di interesse serviranno a poco, tenendo conto che i porti di Savona e di Vado sono fermi, che le infrastrutture risalgono agli anni 50 , e che il turismo nel Savonese  turismo che ha chiuso il 2018 perdendo 200.000 presenze “. Oggi gli operai della Bombardier rischiano di trovarsi in mezzo ad una forbice da una parte, l’azienda che giura di voler restare in Italia, ma se vince una commessa porta il lavoro soprattutto in Germania e dall’altra il governo , che potrebbe garantire nuove commesse, ma potrebbe anche scegliere di aspettare una decisione definitiva dell’azienda sul sito di Vado.