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Crisi Complessa : il documentario

I vagonetti, che, da più di un secolo, trasportano il carbone dal porto di Savona alla Italiana Coke di Cairo Montenotte, animano l’ultima funivia d’Europa. Durante la guerra erano il ‘luogo del coraggio’ : i ragazzi più poveri (e più coraggiosi ) ci saltavano sopra , si facevano trasportare per alcuni km, e scaricavano carbone per le famiglie. Dozzine di ex-voto, nelle parrocchie, raccontano incidenti sventati solo dall’intervento divino. Oggi questo incredibile impianto, è il simbolo involontario del destino di un intero territorio, appeso a un filo,  che rischia di diventare il Sud del Nord.

“ Lo stop imposto da Toninelli ai finanziamenti erogati a Funivie Spa– racconta il SecoloXIX– mette a rischio il completamento della copertura dei parchi di carbone di Bragno(un progetto da 29 milioni di euro), rendendo incerto il futuro stesso di Funivie, dato che dal 2021 verrà sospesa anche le concessione ”. I sindacati temono che il blocco dei finanziamenti possa falciare altri 600 posti lavoro in un territorio che ne ha già perso 8000 nell’industria e 6000 nelcommercio e chiedono alla Regione di intervenire presso il Mise e il Mit per trovare soluzioni, anche ricorrendo agli incentivi pubblici previsti dallo status della provincia definita, tre anni fa, “area di crisi industriale complessa». 

“CRISI COMPLESSA”, è il titolo di un documentario che prova a raccontare la mutazione della provincia di Savona attraverso le storie di chi la vive sulla propria pelle. Acna, Montecatini, Fornicoke, Brown Boveri, Ferrania, Italsider, sono i nomi di un percorso a tappe che ha scandito l’impoverimento di un’intera provincia, in settori chiave della produzione energetica, della siderurgia, della chimica, dell’elettromeccanica, dell’agro alimentare. Mancata innovazione tecnologica, incapacità di riconversione in settori strategici, difficoltà nel rapporto tra produzione , ambiente e territorio – dall’Acna di Cengio alla TirrenoPower – hanno prodotto un cimitero di fabbriche che si estende dal finalese alla Val Bormida. A tutto ciò si è aggiunto il crollo del Ponte Morandi che ha aggravato il degrado progressivo delle infrastrutture di comunicazione. Un ceto operaio relativamente benestante, che a Murialdo o a Ferrania o a Quiliano , aveva case in proprietà, ereditate dai genitori e alternava il lavoro in fabbrica a quello negli orti, oggi si trova con due sole prospettive: la cassa in deroga o l’emigrazione all’estero. Con la popolazione che invecchia a ritmi giapponesi, l’industria che scompare e la gioventù che parte o vivacchia con le pensioni dei nonni, la mutazione a cui stiamo assistendo non è solo economica ma anche antropologica e ambientale e ha caratteristiche che ne fanno un caso unico in Italia. I prezzo più alto lo stanno pagando i giovani come Luca (22 anni): “Ho portato curricula in tutta la riviera – racconta – Ovunque potessi arrivare col motorino o in bus ci sono andato, ma, tra lidi, bar e ristoranti, l’estate scorsa nessuno mi ha proposto un lavoro, eppure in casa si deve campare. Almeno un pasto, due pasti al giorno si devono fare. Mia sorella, più grande di 15 anni e che ha vissuto prima di me questa fase , mi dice di continuare a cercare, cercare all’estero perché qui non c’è via di uscita“. Luca, è uno dei 40.000 giovani “NEET”, che, in Liguria, sono esclusi dal lavoro e dallo studio e la Cgil di Savona ha ricordato in piazza il 1° maggio : “Ho sempre accettato qualsiasi lavoro – dice –portavo pizze già a 14 anni, poi ho lavorato nel giardinaggio, come fattorino, come aiuto in cucina , ma a volte ti senti come uno schiavo. Mi è capitato di uscire di casa alle 7 del mattino e – non potendo tornare a casa nelle pause – di rientrare alle 4 di notte. Più che la rabbia ti prende la depressione e l’ansia. Pensieri strani, che ti mandano giù a livello fisico e mentale. Mi chiedo : ‘Cosa farò? Cosa succederà ?…’”. Gli incentivi di stato stanziati tre anni fa  ( 40 milioni )  connessi alla definizione di “area di crisi industriale complessa” basteranno ad attrarre nuove aziende e ad offrire un futuro alla provincia e a ragazzi come Luca ? 

A lui è idealmente dedicato il documentario “Crisi complessa” che vuole mostrare la Resistenza, o meglio la Resilienza, di una civiltà industriale che non vuole scomparire. 

Prodotto da ARCI Savona in collaborazione con Fondazione Agostino De Mari, CGIL Savona e Unione Industriali della provincia di Savona e realizzato da: Mimmo Lombezzi e Mario Molinari con la collaborazione di Giovanna Servettaz (da un’idea di M.Lombezzi) verrà proiettato in anteprima il 23 maggio alle 18 a Savona al Nuovo Filmstudio (Piazza Rebagliati 6) 

Ex-FERRANIA : la memoria degli anziani e la dignità dei licenziati

Alessandro Bechis (fotogramma di Mario Molinari)

Ferrania(Savona). A pochi di metri dai cancelli di quella che era “la città del Cinema”, la fabbrica che produceva le pellicole della commedia all’italiana, l’erba invade i cortili delle palazzine, abbandonate come certi quartieri dell’est-Europa, dopo il crollo del socialismo. Un proiettore, divorato dalla ruggine, presidia ancora una sala del “Dopolavoro”,che, sin dagli ’30, offriva ai dipendenti un bar, un teatro e un cinema. “Questo era il ‘Palazzo degli Scapoli’ – racconta Antonio Mastromei che in Ferrania ha passato 36 anni anni , dal 1960 al 1996 – la palazzinache ospitava i laureati neo-assunti. Ci ho vissuto dal settembre ‘60 fino all’agosto ‘61 quando mi sposai. La domenica era il deserto dei Tartari. Non c’era nessuno.. L’unica era prendere l’autobus e andare a Savona. Ho passato molte sere da solo, ma ero già fidanzato. Però in valle c’era una vera e propria ‘caccia allo scapolo’, soprattutto da parte delle figlie dei capireparto. Molti amori, fugaci o duraturi, sono nati nella sala dove si testavano le pellicole”. Pare che alcune passioni non fossero proprio disinteressateLa levatrice di mio figlio – racconta Mastromei– diceva che, prima della guerra, vigeva una specie di ‘Jus Primae Noctis’. Era una fabbrica di interesse nazionale e per entrarci si faceva di tutto…” Sulla strada deserta, passa solo qualche auto. “E’ molto triste guardare questo cancello – dice Giamauro Ardizzone, 90 anni , ex-dirigente della Ferrania – quando c’eravamo noi, al mattino, entravano 1000 persone. Abbiamo vissuto il periodo dei grandi film. Si testava il colore della pellicola sulle immagini della Pampanini e tutti se la sognavano. C’era una vera affezione per la fabbrica. Ricordo un inverno in cui gli autobus erano bloccati e gli operai, pur di lavorare, arrivarono a piedi, nella neve”. 

I due anziani ci mostrano un altro segno di quella che era “l’Olivetti della Valbormida” : il casinò di caccia, un cottage assediato dai rampicanti, dove un tempo si tenevano riunioni e cene aziendali. Mastromei ci mostra anche una delle palazzine costruite per i dipendenti : case con muri di mattoni e intercapedine di sughero, robuste, ben progettate, e con affitti, all’epoca, molto bassi. Case che oggi valgono pochissimo : un appartamento di 100 mq è stato venduto a 25000 euro.

Quando mi sono sposato – racconta Mastomei – andai dal direttore tecnico, il dottor Aimar e gli dissi che con l’affitto non ce la facevo. Dopo tre mesi, mi ha aumentato la paga base del 20%,più la tredicesima, più la cosidetta ‘regalia’. Insomma mi sono comprato la ‘500 ! Per la fabbrica avrei fatto qualsiasi cosa !”. Se i dipendenti più anziani ricordano la ditta come una grande famiglia, quelli falciati dalla chiusura definitiva del 2013, masticano amaro, come Furio Mocco, che è stato anche uno dei portavoce dei lavoratori.  

“Avevo un curriculum di tutto rispetto. Quando abbiamo avuto la certezza della chiusura ho spedito 12000 curricula in tutta Italia. Ho avuto 6 o 7 ritorni, che hanno prodotto 2 o 3 colloqui, a Torino e a Milano. Io sono un ingegnere informatico. Gestivo una tecnologia all’avanguardia, ma avrei accettato qualsiasi ricollocamento. Le risposte erano: ‘possiamo offrirle un impiego da neoprogrammatore’. Si parlava di compensi molto piu’ bassi, tra i 1100 e i 1200 euro, con trasferimenti su Milano o Torino a mie spese, ma avrei accettato qualsiasi cosa pur di maturare gli anni che mi mancavano alla pensione (avevo 55 anni). Invece dopo un po’ richiamavano e mi dicevano: ‘Nella posizione che abbiamo aperto ‘c’è un limite di età.Non se ne fa nulla’. Io capisco che chi fa reclutamenti di personale investa su persone più giovani di me, più flessibili, ma non capisco la retorica del ‘disoccupato-che-non-vuol-lavorare’. Io avrei fatto qualsiasi cosa, anche rimettendoci, pur di arrivare a un età che mi permettese di chiudere la carriera lavorativa. Avendo maturato 43 anni di contributi, alla fine, ho ripiegato su una contribuzione volontaria di 3 anni, e mi sono assicurato una via d’uscita, ma a che costo! Mi sono dissanguato”. Oggi Furio collabora come volontario con la Pallavolo di Carcare, mettendo a frutto i corsi che ha fatto : come arbitro e come grafico (cura i volantini), ma aiutando anche nei lavori più umili come pulire i campi: “Per  tornaread avere un rapporto con la gente, con i giovani”. Quando venne licenziato dalla Ferrania, Marco Zagaria ne aveva 33 anni, e dopo 3 anni di mobilità e di incertezza è riuscito a ricollocarsi in un’altra ditta della Valbormida. Che cosa lo ha aiutato ? :“il fatto che ho la testa dura, che non mi arrendo mai – dice accanto alla mountain bike con cui esplora i boschi della valle (si è pure rotto due costole ndr) –quello che chiedo è solo buona salute per lavorare e combattere, anche per mio fratello che ha 50 anni ed è senza lavoro. Son quelli che stanno peggio. Gli ‘esclusi’ della Fornero. Il fisico cambia e non ce la fanno sopportare certi ritmi nelle ditte di adesso.I più penalizzati sono loro”. Il fisico è stato anche uno dei problemi che hanno reso una corsa a ostacoli la vita di Alessandro Bechis: “Ho passato 25 anni in Ferrania, 30 se si considera la cassa integrazione e la mobilità. Sono entrato a 22 anni e da operaio avevo un signor stipendio. Oltre a mantenere la famiglia, con due figli , mi potevo permettere l’ultima telecamera vhs o l’impianto stereo. Perso il lavoro, alla soglia dei 50 anni, ho cercato di reinventarmi, ma non è stato possibile perché, oltre all’età, ho un’invalidità, una difficoltà di deambulazione. Ho avuto anche una malattia legata all’amianto: un tumore alla laringe, tipico dell’asbesto, placche pleuriche, fibre di amianto nell’espettorato, ma, all’Inps, ho scoperto che non ero ‘abbastanza morto’ per andare in pensione. Ho aderito anche un progetto per lavori socialmente utili presso i vari comuni della vallata, che garantiva 500 euro al mese grazie a fondi regionali, ma era a termine. L’anno peggiore è stato quando sono finiti gli ammortizzatori sociali. Non avevo più i soldi nemmeno per le sigarette, ma continuo a ritenermi sufficientemente fortunato, perché ho un tetto, e un pezzo di bosco per scaldarmi facendo legna. Incontro conoscenti che mi dicono: ‘non ti fai mai vedere in giro’, ma se non ho neppure i soldi per una pizza cosa esco a fare? Non mi piango addosso. Si accetta la propria condizione, ma ci si rinchiude un po’. Molti miei ex-colleghi sono andati in depressione. La causa? Vede noi uomini abbiamo questa idea, magari atavica, che sia nostro dovere portare a casa il pane, mantenere la famiglia e pesa molto, per dei lavoratori, non trovare lavoro, tornare a casa e vedere la moglie che fa una fatica tanta per pensare per tutti. Oggi ho 56 anni e 35 anni di contributi  Alla pensione mancano 10 anni, sono tanti. Quello che spacca, che abbatte molti di noi è l’aspetto della dignità. Io a vent’anni ero già fuori casa, mi stavo formando una famiglia e non dipendevo da nessuno. I ventenni di adesso arrivano a 40 anni e sono ancora con i genitori. Io ho sempre badato a me stesso, con decoro, con onore, e ora dipendere dalla pensione di mia mamma, che fa ancora qualcosa perché sa cucire, mi ammazza. Non fossi invalido farei qualunque lavoro. Farei il camallo. Porterei i sacchi.” 

Alessandro è un esempio della dignità di quella che era la classe operaia della Liguria. Da volontario, collabora alle ricerche del Ferrania Film Museum di Cairo, la ‘memoria’ vivente di una delle più importanti aziende del paese. Con le sue conoscenze (e il suo look da nocchiero) sarebbe un ottimo story-teller, se una gestione del turismo regionale, intelligente decidesse un giorno di dare un senso all’archeologia industriale del Savonese ma ci vorrà molto tempo. “Leggendo le cartelle dell’ufficio personale – racconta Bechis – ho trovato anche quelle di mio padre, di mia zia, di mio nonno, uno dei primi  a maneggiare la pellicola. Sono interessanti perché si capisce che il direttore, l’ingegner Schiatti, leggeva tutte le lettere, rispondeva a tutte e sapeva tutto dei dipendenti. C’era chi gli scriveva per far assumere il figlio, c’erano mogli che sollecitavano notizie dei mariti al fronte. E lui scriveva ai comandi per avere notizie o ai dipendenti in divisa per mandargli dei soldi e dirgli ‘la fabbrica ti sta aspettando’. Dal 1926 al 1966 . Un epistolario lungo 40 anni. C’era un senso di famiglia, che oggi sopravvive in pochissime aziende”.

Antonio Mastromei (fotogramma di Mario Molinari)
l’ex-dopolavoro Ferrania (fotogramma di Mario Molinari)
Furio Mocco (fotogramma di Mario Molinari)
il cancello della ex-Ferrania ( fotogramma di Mario Molinari )
Giammauro Ardizzone (fotogramma di Mario Molinari)

Marco Zagaria (fotogramma di Mario Molinari )

Roccavignale (Savona) : produrre cibo per resistere alla crisi

Fa un freddo porco e la neve comincia a stringere la sua morsa anche sulla Valbormida. Sulle curve della Torino-Savona i tir rallentano e le cabine evaporano imprecazioni perché, da un momento all’altro, l’autostrada può diventare una trappola.  Sulle alture di Roccavignale, incurante del vento e con un cappello di pelliccia alla Davy Crockett,  Renato Agosto, meccanico in pensione, si erge come un’eroe del west su un fondale di boschi imbiancati e di mura medievali sopravvissute alle truppe di Napoleone. In mano stringe la trottola di legno che ha appena tornito, la lancia su una tavola, la recupera al volo e continua a farla girare sul cucchiaio che stringe fra i denti. Renato è il “Trottolaio” di Roccavignale , il custode di una tradizione che si perde nei secoli. “La rotazione dura sino a due minuti – spiega – ma dipende dalla qualità della punta. Quando ero giovane era ricavata dalla testa di acciaio delle pallottole del moschetto. Nelle sfide fra ragazzi, vinceva chi riusciva a con la punta a spaccare la trottola dell’avversario, ma oggi sono pochissimi i giovani che sanno usarla” Rilanciata, da Renzo Gandolfo, morto l’anno scorso, questa tradizione millenaria è entrata nel 1996 nel Guinness dei primati, con una trottola gigante, pesante quasi 3 quintali, che roteò per 26 minuti.Un facsimile, istallato davanti al municipio, ricorda l’evento ma allunde, involontariamente, anche alle giravolte e ai capricci dell’economia che, oggi, colloca anche Roccavignale nella cosidetta “Area di crisi industriale complessa”, insieme ad altri 21 comuni della provincia di Savona. Le tracce di questo sisma economico sono poco lontane dal centro. Amedeo Fracchia, il sindaco, ci mostra un capannone abbandonato da 5 anni: Qui c’era uno dei piu’ grandi impianti per la sabbiatura industriale – dice-carpenterie metalliche enormi, come quelle delle centrali elettriche, venivano smontate, sabbiate , riverniciate e rimesse a nuovo”. Una coltre di sabbia grigia copre i pavimenti e si accumula in una fossa rettangolare al centro del capannone. “Era una sabbia molto dura – spiega Fracchia–  che, sparata ad altissima pressione, veniva usata per ripulire i metalli dalle scorie e dalla ruggine. Qui lavoravano per Ansaldo, Finmeccanica e soprattutto per la centrale di Vado , la Tirreno Power … Quando i grandi clienti, come Tirreno Power, sono entrati in crisi, hanno dovuto chiudere. La Salpa è stata l’azienda piu grande che ha chiuso a  Roccavignale. Aveva 75 dipendenti. Tanti per una realtà come la nostra che ha 760 abitanti. La prima sensazione fu lo sgomento, poi il fatto che la ditta avesse alle spalle una famiglia benestante ha permesso di chiudere evitando il fallimento, di rivendere le attrezzature e di dare alle persone il tempo di ricollocarsi sul territorio”. Un altro capannone, ancora più grande (3500 mq) ci viene mostrato da Armando Caneto : “ Qui c’era tutto alluminio. Anodizzavo e vendevo 1600 quintali di alluminio al mese, ma con il collasso del mercato edilizio è crollato anche quello dei serramenti. Costruzioni nuove non ce ne sono. Oggi gli appartamenti sono tutti vecchi e magari hanno serramenti di 30 anni. Di tutti i clienti che servivo, da Sestri Levante a Marsiglia, 200 o 280 clienti, ne saran rimasti una ventina. L’impianto di anodizzazione oggi lavora solo per i pistoncini dei freni e le pompe delle macchine ma, come serramenti, non anodizziamo piu’ neanche una bara..”

Armando è un patriarca dell’industria che, prima di arrivare a 83 anni, ha aperto 23 aziende, in Italia, Tunisia e Romania, e oggi rimpiange di non avere abbastanza “cose da fare”. Figlio di genitori poverissimi, ha iniziato a lavorare a 13 anni, sgobbando 6 anni gratis, per imparare un mestiere.”. “I miei figli non mi hanno seguito – dice– e ho dovuto abbandonare tutte le attività che avevo: vasi da fiori, trivellazioni, alzacristalli per la Fiat… Ho fatto le cose più incredibili ! Non per i soldi, ma per la soddisfazione di creare qualcosa di buono che serva anche altre persone. Qui non vengo mai perche’ mi sento male. Qui a sinistra – dice indicando il cuore– c’è quell’affare che batte e che forse comincia a dare dei problemi, perche’ aver lavorato una vita per vedere tutto andare a catafascio e’ una cosa che uno non si puo’ spiegare. Pensi che per questo capannone vuoto pago 50.000 euro di imu all’anno ! “ A fianco dei capannoni abbandonati non manca chi cerca di resistere. Valentina Genta combina i pearcing e la grazia delle donne che lavorano nella moda o nella finanza, con una rozza divisa da metalmeccanico e guanti sporchi di vernice. Lavorava alla Salpa come impiegata e quando la ditta ha chiuso, nel 2015, ha aperto col marito una piccola azienda che fa sabbiature e verniciature e dà lavoro ad altri due addetti. Il momento più drammatico è stato quando ce l’han detto – acconta –non ce lo aspettavamo. Hanno iniziato a lasciar la gente in cassa integrazione , poi ci hanno chiamato , ci hanno fatto sedere ci han detto ‘ragazzi purtroppo chiudiamo’. All’epoca ero nubile e vivevo con i miei genitori. Di fame non sarei morta, ma per chi aveva famiglia e un solo stipendio è stata dura. Alcuni hanno ritrovato un lavoro solo dopo 3 anni. Le aziende chiudevano, nessuno assumeva. Io ho fatto domande dappertutto, dai supermercati ai negozi, alle pulizie e non trovavo nulla. Poi, mi sono sposata e con mio marito abbiamo deciso di investire liquidazione e risparmi e di metterci in proprio. Ci è andata bene. Del resto io preferisco il lavoro manuale. Mi pesava star tutto il giorno alla scrivania”. Faceva l’operaio anche Alessio Armandi ( 28 anni ) che un anno fa ha deciso di riattivare il forno a legna del nonno e fare il panettiere. Gli occorrono tre ore per portare il forno alla temperatura giusta a cui va aggiunto il tempo per distribuire il pane nei paesi, ma il prodotto, che sembra uscito da un film di Olmi, vale la fatica. Nella fase di ‘transizione’ da un lavoro all’altro Alessio dormiva due ore per notte : tolta la tuta metteva il grembiule da fornaio e quando parla del nonno non riesce a nascondere l’emozione  :“ È morto proprio qui, mentre lavorava – dice– la ‘spadina’  (la pala di legno per infornare ndr ) è la stessa che usava lui. Il forno lo aveva costruito un francese oltre 100 fa”.  Sulla collina di Roccavignale, una panchina gigantesca creata  da Chris Bangle, il designer delle Bmw che ha scelto di vivere nelle le Langhe a un’ora da qui,  permette di sedersi in gruppo, come bambini in gita, e contemplare un paesaggio che l’anno scorso hanno attirato qui anche una troupe giapponese, ma i boschi, che si arrampicano sino a 1000 metri, pochi anni fa erano in gran parte campi coltivati . La campagna l’abbiamo lasciata andare – dice Renato Agosto– i nostri antenati coltivavano anche pezzi di terra di 5 metri. Spesso, quando vado a funghi, scopro ancora tracce dei campi e mi dico ‘toh, qui una volta coltivavano’. Il problema è che abbiamo viziato i giovani, e la colpa è della mia generazione e ancor più di quella successiva . Sin che ci siamo noi pensionati , si va avanti, quando noi ci saremo più non so cosa faranno i miei nipoti ”.  Non ha rimpianti Armando Caneto : “Una volta mio figlio è arrivato alle 8 e un minuto – racconta- l’ho rimandato a casa davanti a tutti e lui giustamente ha detto a un suo amico : ‘con mio padre non si puo’ lavorare perche’ e’ un dittatore!’, e io gli ho detto: ‘va bene io saro’ un dittatore, ma se te mangi e hai del benessere e’ grazie a questo dittatore! Perchè se te non ti dai da fare come si deve, nella vita andrai a fare il dipendente e se ti daranno dei calci nel sedere li prenderai tutti !”. Chi non sembra aver bisogno di calci nel sedere è Alessio Fracchia (22 anni) Dopo aver inseguito il pallone per 10 anni –  è presidente dei tifosi juventini del paese –  oggi segue le api nelle loro migrazioni stagionali e produce miele insieme ad altri due ragazzi. “ Dopo un corso da apicultore a Savona , ho iniziato con 10 sciami e ora ne ho 150. Vendo al dettaglio nei negozi , oppure in fusti a cooperative o aziende che usano miele in grandi quantità ”. Gli chiedo se non soffra la solitudine ,  ma risponde che gli piace stare all’aria aperta e che non cambierebbe mai il suo lavoro per un posto in fabbrica, anche perché il progetto è in crescita. Per promuovere la produzione di cibo che sembra uno dei pocchi settori in espansione in Liguria , il comune ha assegnato la De.Co – la Denominazione Comunale di Origine – sia al miele di Alessio che alle cipolle ripiene di Manfredina Ghisolfo. A 85 anni, la titolare della formula, accetta di rivelarla alla telecamera di Mario Molinari e a due giovani cuoche , Paola ed Eleonora, che hanno aperto una gastronomiaa Millesimo, il paese contiguo. Entrambe vengono da altri mestieri: una faceva la cameriera e l’altra l’operaia. Dopo aver pagato un prezzo altissimo all’industrializzazione – basti pensare ai veleni dell’Acna di Cengio – la Valbormida sta lentamente tornando alla risorsa principale di una delle più grandi macchie verdi d’Europa : la produzione di alimenti. Anche il sindaco di Roccavignale, ci crede , al punto che, insieme a due soci , ha investito sul vino destinando  22000 metri quadrati ( che diventeranno 60.000 ) alla produzione di granaccia e di scimimiscià, nome dialettale che vuol dire “cimiciato”, ossia puntinato, per la presenza di piccoli segni sugli acini simili a quelli lasciati dalle cimici Rischi ? – dice Fracchia – beh sono la grandine , le infezioni e la possibilità che non si trovi la manod’opera per la vendemmia. Ci vorranno 20 persone. Quest’anno abbiamo raccolto 38 quintali di uva in una giornata lavorando insieme : soci, dipendenti e pensionati pagati con i vaucher . Diventerà il più grande vigneto della Valbormida e se andrà bene ci saranno dei giovani che seguiranno la stessa strada “

 

 

 

 

Vado Ligure (Savona) : rischia la chiusura la fabbrica delle locomotive

“ Ho lavorato in Bombardier per 15 anni . Quando ci sono entrato avevo il sorriso sulle labbra. Era un’azienda stupenda. Un’azienda che rispettava le leggi sulla sicurezza. Era un fiore all’occhiello, come la Piaggio , la Trench , la Vitron, le aziende che sino a ieri ci davano da mangiare”. Patrizio Lai ,che fa parte della Rsu, lavora alla Bombardier di Vado Ligure da 15 anni , ma oggi ne parla al passato, perché nei prossimi mesi la fabbrica potrebbe chiudere . “devono capire che è un problema sociale  – dice – se resto a casa io c’è una famiglia che resta a piedi, se restano a casa 50 operai, saranno 50 famiglie. Se se domani resterò a casa con tre bambini non so proprio cosa posso fare . A 46 e con tre bambini anni è difficile spostarsi “ . Alla Bombardier, la fabbrica delle locomotive, le famiglie che rischiano di “restare a piedi” sono oltre 500, tante quanti gli operai che lunedì hanno e raggiunto Savona per marciare sino alla prefettura. A poche centinaia di metri dalla carcassa della TirrenoPower , e altre dozzine di relitti di un sisma economico che ha prodotto 30.000 disoccupati nella provincia di Savona , ora entra in crisi un mito dell’industria italiana. La fabbrica delle motrici, infatti , meriterebbe una canzone di Guccini per le locomotive  che ha sfornato (anche per il Frecciarossa), per la sua passata resistenza al fascismo e per la sua recente resistenza ai mercati, ma sembra che tutto ciò non basti a salvarla dai tagli decisi dalla casa-madre, una multinazionale. Il piano del gruppo infatti , prevede o 5000 esuberi , soprattutto nel settore avio, ma anche nel settore trasporti. Solo a Vado Ligure sarebbero oltre 500. “I lavoratori hanno uno stipendio di 800/900 euro al mese “ dice Bruno Martinazzi, una specie di sosia di Bruce Willis, che, da sempre anima la rsu Bombardier  “abbiamo un prodotto che ha mille difficoltà dovute da chi governa Bombardier, compresi i tedeschi che fanno arrivare male e poco il materiale. La locomotiva che vedete è qua solo grazie all’impegno dei lavoratori, alla loro esperienza e alla loro professionalità. Vado Ligure è, purtroppo un reparto ‘sacrificabile’ della parte tedesca dell’azienda “In questa vertenza riteniamo che il gruppo abbia delle responsabilità enormi, conferma Andrea Mandraccia, segretario Fiom Cigl “ si sta verificando un momento di non ritorno, se non arrivano in tempi rapidissimi, carichi di lavoro che possono assicurare la sopravvivenza di questo sito, nel 2019 dovremo  celebrare il funerale di una fabbrica che ha oltre un secolo di storia e faremo il possibile perché questo non accada“. Insieme alla Piaggio di Villanova d’Albenga, la Bombardier rappresenta l’ultimo bastione della grande industria nel savonese e se venisse espugnato, questa parte della Liguria rischierebbe di diventare il sud del nord.  Si tratta di una multinazionale che sul territorio ha preso qualsiasi tipo di commessa da parte del governo e di Trenitalia, – dice Andrea Pasa il segretario della Cgil,– Bombardier ha fatto utili enormi e non ha investito un euro. La responsabilità è della multinazionale e ma è anche il management  italiano che non incide. Le poche produzioni che potrebbero fare su territorio italiano le stanno dirottando in Germania. La politica nazionale deve almeno preservare le produzioni italiane perché restino in italia”. La parola “ESUBERI”, cara agli uffici del personale, evoca un eccesso di energia , un’”esuberabza” dei dipendenti quasi che si moltiplicassero di notte , sfidando i piani dell’azienda o che rifiutassero di scomparire spontaneamente quando non servono più . La realtà dei presunti “esuberi” è piu malinconica perché sei anni di incertezza e di cassa integrazione brucerebbero l’energia di chiunque. “ Cassa integrazione vuol dire che ci rimetti dagli 8 ai 10.000 euro all’anno e per una famiglia monoreddito è una mazzata – dice Sergio , 49 anni, operaio all’assemblaggio – Ho due figli , mia moglie che lavora e abbiamo resistito, ma se la fabbrica chiude, chi mi assume ?  E non so neppure se i giovani troverebbero qualcosa “  “ Come  si è arrivati a questa situazione ? Per disinteresse da parte dei nostri vertici e non parlo dei dirigenti locali parlo dell’azienda globaledice  Marilena Bona, impiegata “ Il sito è stato spremuto il piu possibile senza innovazione, senza nessuna volonta di fare investimenti sul  futuro. Mi rendo conto della sofferenza miei  colleghi . Noi impiegati l’abbiamo subita di meno, ma ora per tutti non ci sarà la cassa integrazione , ma il licenziamento. ” Lunedi scorso i 500 (possibili) esuberi della Bombardier che hanno marciato sino alla Prefettura di Savona, hanno attraversato una città ancora sotto shock, dopo lo tsunami che ha distrutto la costa e il l rogo che ha ridotto in cenere uno degli ultimi ecomostri, l’orrendo palazzo dell’Autorità Portuale. Più di due anni fa, su pressione dei sindacati, la provincia di Savona è stata definita “Area di crisi industriale complessa”. I quindici nuovi insediamenti produttivi che dovrebbero istallarsi grazie e 40 milioni di contributi pubblici produrranno 449 nuovi posti di lavoro, ma basteranno con le ultime crisi che si sono aperte ? “La Bombardier è una delle aziende spina dorsale del savonese” dice Andrea Pasa “per l’area di crisi rappresenta un colpo duro. Se non riusciamo a trattenere qui Piaggio e Bombardier , quei 500 posti lavoro che nasceranno dalle 15 manifestazioni di interesse serviranno a poco, tenendo conto che i porti di Savona e di Vado sono fermi, che le infrastrutture risalgono agli anni 50 , e che il turismo nel Savonese  turismo che ha chiuso il 2018 perdendo 200.000 presenze “. Oggi gli operai della Bombardier rischiano di trovarsi in mezzo ad una forbice da una parte, l’azienda che giura di voler restare in Italia, ma se vince una commessa porta il lavoro soprattutto in Germania e dall’altra il governo , che potrebbe garantire nuove commesse, ma potrebbe anche scegliere di aspettare una decisione definitiva dell’azienda sul sito di Vado.

 

Murialdo. Ritorno alla terra : gli operai-agricoltori della ValBormida

Il Museo “C’era una volta“ di Riofreddo a Murialdo, in provincia di Savona, è uno dei centri di documentazione etnografica più interessanti del nord Italia e meriterebbe una visita solo per l’odore di legno, di vino, di olio e farina, che emana dai suoi oggetti. Nato dalla passione degli abitanti di Murialdo, per la loro storia, il “museo spontaneo” raccoglie attrezzi di ogni tipo : dalle lampade ad acetilene che illuminavano il lavoro nella miniera di grafite, alle zangole per fare il burro. Alcuni arnesi , come le “ressie”, le seghe da boscaiolo, o i “graffi”, i ramponi per salire sugli alberi, raccontano un passato basato sulla fatica, ma anche su un rapporto diretto con la natura che, oggi, in qualche modo, rinasce proprio dalla sconfitta dell’industria, rendendo questa valle un posto unico per chi ami la campagna. “E’ un lavoro pesante e pericoloso fare il taglialegna – dice Riccardo Righelloche ha 45 anni e due figli di 9 e 12 anni – sei solo nei boschi con la motosega e bisogna avere esperienza. Io, per fortuna, ho imparato da mio suocero,  ma ho dovuto inventarmi un mercato e affrontare i costi dell’attrezzatura”. Sei anni fa, Riccardo era uno dei 50 dipendenti della cartiera di Murialdo che, fallita nel 2012, oggi è una carcassa di cemento assediata dai rovi . Dopo averci lavorato per 20 anni, Riccardo,ha dovuto reinventarsi un lavoro e insieme ad altri ex-operai ha scelto di tornare alla terra o meglio ai boschi “Dopo la chiusura della cartiera di Murialdo ho lavorato un anno a quella  di Ferrania – racconta – Mi hanno assunto, ma mi son trovato male. Così me ne sono andato e ho iniziato questo lavoro. Faccio legna da ardere e pali di castagno per sostenere le reti antigrandine dei frutteti e li vendo soprattutto in Piemonte“. Gli chiedo se gli manchi il lavoro di  fabbrica“Certo- risponde– ti dava una tranquillità. Qui, quando il cliente ordina il prodotto, devi farlo con qualunque tempo : caldo, freddo o pioggia, ma non tornerei indietro. Gli ultimi 10 anni alla cartiera, sono stati durissimi. Poca sicurezza. Dal tetto ci pioveva in testa. Era un disastro”. Nella frazione di Caragna, la telecamera di Mario Molinari inquadra una serie di piccole zucche coloratissime, con una varietà di forme illimitata. Vede queste gialle ? – dice Daniele Siri – se prendo i semi di questa e li pianto, ne verrà una versione ancora diversa. Si creano degli incroci incredibili. Le zucche rosse sono le più ricercate. Queste, bianche, le chiamano ‘dischi volanti’ forse perché evocano i film sugli alieni. All’ultima fiera di Calizzano andavano letteralmente a ruba. Avrei potuto venderne tre volte tante” Daniele, 34 anni, è fra gli ex-operai della cartiera, uno dei più giovani. Dopo la chiusura della fabbrica, ha cercato lavoro in tutta la ValBormida, ma nessuno l’ha chiamato, così ha deciso di creare uno nuovo, a partire dall’orto di famiglia : coltiva piante ornamentali e zucche da esposizione, realizzando un’agricoltura dell’allegria che, combinando estetica e tradizione, può cambiare l’umore di una casa, di una vetrina o di uno showroom, con opere d’arte naturali e a basso costo. Il campo che le produce, nel 2016 venne allagato dalla piena del Bormida e i massi lasciati dal fiume erano così’ grossi che per rimuoverli ci volle il trattore .“ Qui intorno – racconta Daniele– è pieno di terreni abbandonati. I campi piu’ vicini al fiume, come il mio , resistono, ma se devi portar su l’acqua e non puoi lavorare con le macchine, nessuno se ne occupa. Tanti campi che a catasto son classificati come ‘prati’, ora sono pieni di alberi!”. Anche Massimo Odella lavorava per la cartiera. Faceva l’ elettricista per una ditta esterna, ma oggi, lavorando col fratello, taglia 150 quintali di legna al giorno : castagno per le vigne, legna da ardere e legname da cantieri. “Mi è sempre piaciuto fare l’elettricista – dice– ma poi è andata male. Questo lavoro è duro, ma per chi ama la natura è anche bello. Però è difficile trovare giovani che vogliano farlo ”. Rientra in questo processo di mutazione anche Gabriele Vignolo di Cairo Montenotte, sempre in ValBormida. Per 20 anni ha lavorato come ottico in un negozio, poi ha puntato tutto sull’agricoltura biodinamica. Oggi produce piante officinali come il timo, la santoreggia o la nèpeta, usati come condimento, oppure l’assenzio per aromatizzare gli alcoolici e la lavanda .“Una signora mi compra l’olio essenziale per fare un budino alla lavanda – racconta Gabriele– ne mette due gocce nell’impasto per profumarlo. Ho sempre creduto nel mondo agricolo. I miei lavoravano in fabbrica, e proprio dalle loro vite ho capito che non può esserci solo quel mondo. Io e mia moglie vogliamo mostrare che la natura può garantire delle isole felici anche in un territorio come questo” . La “Casa Rossa” di Gabriele funziona anche come fattoria didattica e gli oggetti più strepitosi che costruisce con i bambini – vere e proprie opere d’arte – sono i cosidetti “bug hotel” : casette di legno e pigne, costruite , direbbero i Sovranisti, per “aiutare gli insetti a casa loro”, cioè per  attirare gli insetti “buoni”, come i pronubi, i bombi , le api solitarie, che aiutano l’agricoltore sia con l’impollinazione, sia perché mangiano gli àfidi, i parassiti che aggrediscono le piante. Pare i bambini si divertano un sacco a costruirle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bosco delle scarpe di lusso : la Liguria che resiste dietro il crollo del ponte

“ Esportiamo in Francia, Inghilterra, Giappone , Messico, Marocco …” La “Legnoform” una piccola azienda famigliare di Calizzano (Savona), probabilmente non entrerà mai nelle cliccatissime recensioni di Chiara Ferragni, ma molte scarpe di lusso di Gucci, Geox e Dolce & Gabbana, cantate dai fashionbloggers ,vengono realizzate proprio grazie alle sagome di legno che la famiglia Danna ricava dalla più grande faggeta d’Italia : quella appunto di Calizzano. Sbozzati a mano con una sega a nastro – un lavoro che richiede un’attenzione estrema – questi blocchi di legno vengono spediti ai formifici che li trasformano in piedi di tutte le taglie,su cui modellare sia scarpe di lusso, sia i modelli di plastica utilizzati per le scarpe di uso quotidiano. “ L’azienda esiste da 70 anni – racconta Bruno Danna, il titolare della Legnoform– mio padre e mio zio erano commercianti di legname e, prima della guerra, girando per i boschi, videro dei carbonai che sceglievano i pezzi più belli, li sagomavano con la scure e li vendevano a un signore che li portava alle fabbriche di scarpe di Vigevano. A Gorreto, in alta Val Trebbia, provarono ad usare  una sega a nastro, ma dato che c’erano pochi faggi, nel 51’ si sono trasferiti a Calizzano. Abbiamo cominciato a usare il faggio e poi il carpino, ma dobbiamo farlo arrivare dalla Francia, perché gli alberi di qui sono troppo sottili”. Mentre parliamo, la telecamerta di Mario Molinari inquadra un muletto che stiva centinaia di sagome di legno in una camera stagna dove vengono sterilizzate a vapore perima di essere messe ad essiccare per almeno quattro mesi . “ I modelli in legno vengono usati per le scarpe di  lusso, – spiega Roberta Danna, che ha preso le redini dell’azienda, ma avrebbe potuto tranquillamente fare anche la modella “ così come i tendiscarpe, che servono sia a tenere in forma la scarpa che ad assorbire l’umidità che si forma all’interno. Vengono usati soprattutto in Francia e in Inghilterra perché lì c’è una cura maggiore della scarpa che non da noi in Italia.” Negli anni ’60 la Legnoform produceva in un anno un milione e mezzo di pezzi e dava lavoro a 40 persone, compresi i boscaioli e coloro che trasportavano a valle i tronchi di faggio con i trattori e anche con i buoi. L’avvento della plastica negli anni ’70 e la cosidetta  “crisi percepita” dai tempi di Berlusconi sino ai giorni nostri, hanno costretto la ditta a ridurre la produzione che oggi viene portata avanti dai quattro membri della famiglia Danna e da quattro dipendenti, due rumeni e due albanesi. Chiedo a Bruno Danna come mai, in un’area definita “di crisi industriale complessa”, i giovani del posto non bussino alla sua porta. “ I giovani ? – risponde– non vogliono fare questo lavoro, forse perché non è un lavoro d’ufficio. Magari farebbero i boscaioli – ma per questo lavoro c’è poca domanda”. Se a Genova il crollo del ponte diventa materia di propaganda e di scontro politico, la Val Bormida, la cosidetta “area di crisi complessa” che al blocco del traffico sta già pagando un prezzo altissimo, riesce a sopravvivere anche grazie a produzioni semiartigianali come questa ma ogni giorno di ritardo aggiunge un ostacolo. “ Uno dei problemiper chi sceglie di star qui– spiega Roberta – è anche la mancanza di collegamenti. Qui corrieri passano una volta alla settimana . Internet funziona a singhiozzo e quando c’è stata la gelata all’inizio dell’anno,( il cosidetto ‘gelicidio’), per telefonare dovevamo andare fino a Murialdo, a 20 minuti da qui. ”

 

 

 

 

 

 

 

 

Ponte di Genova : effetti collaterali ….

Mentre la “Pila 10” del Ponte Morandi scricchiola sempre di più quali saranno gli effetti collaterali del crollo su una regione strozzata come la Liguria ? In particolare, come impatteranno su una provincia in crisi come Savona ? L’ho chiesto ad Alessandro Berta, il Direttore Generale dell’Unione Industriali di Savona, che dal 14 agosto raccoglie tutti i segnali che vengono dalle imprese sopravvissute in quella che è stata definita “area di crisi industriale complessa”.

“ Dopo il crollo, fra gli imprenditori locali al momento non si parla di cassa integrazione – come accade all’Ansaldo di Genova, dove non possono lavorare e hanno problemi logistici gravi – ma sicuramente si teme un aumento dei costi di trasporto – risponde –penso all’’Acqua Minerale Calizzano’. Penso a ‘Frascheri’ , un’azienda di Sassello che produce latte, panna e altri prodotti per la pasticceria. Hanno un’ottima logistica della consegna sul ponente, ma su Genova dovranno cambiare tutto, perché tutti quelli che spostano merce su Tir verso Genova o La Spezia adesso sono costretti a risalire a nord , aggiungendo 120 km . Il costo medio in più di gasolo è di 120 euro. Col ritorno diventano 240 a viaggio. Solo i camion piu’ nuovi, fanno 100 km con 20 litri”

D – Quante imprese saranno colpite da questi aumenti ?

R- Tutte le ditte alimentari che fanno distribuzione verso il Ponente, come il ‘Raviolificio S.Giorgio’, la ditta ‘Plin’ che fa pasta fresca per tutta la Liguria, il ‘Salumificio Chiesa’ nel Finalese e le imprese che producono fresco nell’albenganese e a Ceriale. Probabilmente dovranno rinunciare alla distribuzione via tir e usare piccoli camion per superare il ‘blocco’ di Genova. Il problema è che non sappiamo ancora quali saranno i tempi di attraversamento di Genova , perchè non è ancora iniziato il rientro dalle ferie. L’unica cosa certa è che il rallentamento avrà un impatto sulle ore lavorate dei conducenti. Aumenteranno anche i costi di trasporto di un altro un prodotto tipico del savonese : le bottiglie di vetro di Altare, Carcare, Dego , prodotte da ditte come ‘Vetreria Etrusca’ o ‘Verallia’. Distribuiscono verso i grandi mercati vinicoli : Francia, Piemonte, Veneto, ma anche e verso  la Toscana e in quella direzione costerà  più, perchè possono usare solo i Tir, che dovranno fare 240 km in più. Costi in più anche per le imprese edili savonesi che lavorano su appalti pubblici nel Genovesato o quelle  genovesi che lavorano nel Ponente : usano trasfertisti che tutti i giorni raggiungono i cantieri perché non hanno lavoratori sul posto.

D- Alcuni traffici del porto di Genova potrebbero essere dirottati a Savona ?

R- Il porto di Genova oggi può avere dei problemi, ma ci devono essere da 3 a 6 mesi di disagi elevati perché un operatore di linea decida di scegliere un altro porto. All’inizio le difficoltà di Genova potrebbero spostare a Savona i traffici delle “rinfuse”, cioè merci come polveri, sale, carboni , rottami, solfati , che possono essere trasportate su un piazzale senza ricorrerre a container o serbatoi ma, alla lunga, se perde il modello Genova-Savona, ci perderebbe anche Savona.

D– Il crollo del ponte come impatterà sul traffico dei containers ? I cinesi della Maesrk che utilizzeranno la piattaforma in costruzione a Vado Ligure potrebbero pentirsi ?

R- Sul traffico dei container sono meno preoccupato. Potrebbe esserci uno slittamento di traffici dal porto commerciale di Genova verso Voltri, ma Voltri può aumentare la propria capacità con i nuovi investimenti che sono stati fatti ed è collegato direttamente per ferrovia e autostrada alla pianura padana . Vado Ligure seguirà gli stessi percorsi con qualche vantaggio competitivo, in direzione del Piemonte, ma è chiaro che la debolezza infrastrutturale adesso è aumentata. Prima avevamo due autostrade per Milano, adesso ne abbiamo una. Se ogni due giorni si blocca per un incidente, come spesso accade , sarà un problema.

D- Si può dire che dal 14 agosto la definizione di ‘area di crisi complessa’ si è estesa a tutta la Liguria ?

R-Vede se succede un fatto grave, come quando la montagna franò sul treno di Andora bloccando per sei mesi l’unica linea per la Francia, o come accadde a Napoli con la crisi dei rifiuti , il turista o l’investitore che vengono da fuori, non vanno a ragionare nel dettaglio, non stanno a verificare che Genova si può comunque raggiungere. Se c’è un problema di quelle dimensioni, quell’area viene esclusa. Per questo i problemi di collegamento di  Genova vanno risolti al più presto perché se no è l’intera area che rischia di essere considerata come problematica e verrà scartata. L’effetto diretto del crollo avrà un impatto sul Ponenete ma a me preoccupa di più l’effetto indiretto : la Liguria rischia di essere percepita come un’area irraggiungibile ”

Il mio ex-collega Giovanni Toti, oggi presidente della Regione Liguria,  è sicuramente uno dei politici più furbi e ambiziosi della destra italiana e se si è assunto il fardello di di commissario della crisi genovese è anche perché sa che il cratere di Genova avrà un impatto mediatico superiore a quello che ebbe l’Aquila per il suo mentore Berlusconi. L’emergenza di Genova, inoltre, sarà l’unica “prima linea” , sulla quale contrastare la strategia delle emergenze di Salvini e forse l’ultima ‘ridotta’ rimasta a Forza Italia per non farsi ingoiare dalla Lega. Sarà una gigantesca sfida mediatica : o Toti ( oltre a riparare i danni ) riuscirà a comunicare al mondo che Genova è agibile, raggiungibile e fruibile o sarà il declino per tutta la regione. La battaglia per ricostruire il ponte è già adesso secondaria rispetto alla quella per restaurare l’immagine industriale della regione . Fossi in lui mobiliterei le meglio teste della Liguria , da Freccero al vignettista Maramotti, da Fazio a Tatti Sanguineti per trasmettere proprio questo : che la Superba, malgrado il crollo, conserva intatto tutto il suo fascino di città aperta al mondo (in un paese di porti chiusi e di navi sequestrate…) Una campagna ? Perché no? Si potrebbe chiamare “Un ponte per.. Genova”.

 

 

 

PONTE DI GENOVA : I COLORI DEL SILENZIO

La velocità con cui, rubando il mestiere ai  magistrati, i Benetton sono stati additati come i colpevoli della catastrofe di Genova, conferma l’unico tipo di dinamismo mostrato sino ad oggi, dal “Governo del Cambiamento” : la ricerca immediata di un capro espiatorio, dall’”invasione dei migranti” al “complotto dei mercati”.  Continua la lettura di PONTE DI GENOVA : I COLORI DEL SILENZIO