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Se gli studenti prendono la parola. Francesca Gualandri e la pedagogia vocale.

Tu non sei razzista, sei stronzo”,il video in cui Maria Rosaria Coppola, una costumista Rai di 62 anni, ha messo ko un giovane “sovranista” che insultava un immigrato, è diventato virale, ma giustamente quelli di “Fanpage” si sono chiesti come mai almeno 10 persone presenti alla scena non siano risucite a prendere la parola . “Sono ignavi? Sono vigliacchi? – scrivono– chiunque di noi si è chiesto : se fossi stato lì seduto, come avrei reagito ? Avrei preso la parola o sarei stato zitto ?” (1)

Proprio la capacità o meno di “prendere la parola”,anche in contesti molto più quotidiani come un consiglio comunale o un vertice aziendale, è al centro delle ricerche di Francesca Gualandri (1967) una musicologa, esperta di retorica del gesto, che, da anni, si occupa di pedagogia vocale, tenendo corsi dipublic speakinge voice coaching sia in privato che collaborando con l’Università Cattolica di Milano.(2) Un suo articolo scritto con il professor Olivier Béguin (3) racconta come i seminari di voice coaching siano nati proprio per aiutare gli studenti di Scienze linguistiche e del Master in Risorse Umane a superare la difficoltà di “prendere la parola”, ricorrendo alle tecniche dell’”Actio”,quella parte della Retorica che, secondo Quintiliano,combinando voce e gesto, forgiava l’oratore.

“Riconoscendo le difficoltà degli studenti a presentare un discorso, a parlare di fronte a un pubblico – scrivono Gualandri e Béguin– abbiamo cercato di creare un contesto che consentisse loro di superarle o di ridurle. Raramente i nostri studenti hanno l’opportunità di parlare in pubblico a volte sono a disagio durante un esame orale. Obbiettivo di questi workshop è aiutarli a gestire la paura del palcoscenico, migliorare la qualità della voce parlata e la loro pronuncia.Il problema più diffuso tra i nostri studenti è la difficoltà a mobilitare la propria energia al servizio della voce, problema dovuto a due ragioni : la prima, psicologica, relativa al ruolo dello studente; la seconda di natura tecnico-fisiologica. Il contesto universitario a volte tende a favorire un certo profilo di studente: serio, discreto, più concentrato sull’ascolto che sull’espressione personale… Queste ‘qualità’, reiterate nel corso degli anni, non preparano sufficientemente lo studente all’ingresso nella vita professionale dove spesso sono richieste altre qualità, specialmente a chi mira ad occupare una posizione di responsabilità: competitività, fiducia in se stessi, autorità, imprenditorialità,etc. Ci sono poi le difficoltà di natura tecnico-fisiologica. Quando si avverte la paura del palcoscenico, una delle reazioni involontarie più comuni è quella di accelerare. I gesti, la respirazione e la parola diventano più veloci e a scatti. Lo studente sembra avere solo un desiderio: finire velocemente e tornare al suo posto.”

Ma perché è ancora così difficile, nell’era dei social network e della comunicazione H24,  “prendere la parola” ?: “Per prendere la parola devi essere in contatto con quello che hai dentro – risponde Francescanon ci riuscirai mai , se ti blindi, se non respiri , se rimuovi le emozioni . Se ti ‘schermi’ di fronte a tutto, è molto difficile esprimersi . Il problema delle nuove generazioni è che l’educazione le gonfia di informazioni che non sanno gestire, come oche da ingozzare. Non ti viene chiesto di sviluppare un pensiero critico. Al massimo ti viene data la parola solo per chiederti di fare un ‘report’ su quello che hai ricevuto. E’ un’educazione che non prepara assolutamente a ‘prendere la parola’ e che fa sì che tu ti senta sempre inadeguato. Da quando nasci a quando muori, ti si insegna ad essere un bravo suddito. Anche la lezione è ‘frontale’ : non  ci sono momenti in  cui lo studente può interagire . Al limite può dire ‘SCUSI NON HO CAPITO (io pirla…)’ La maggior parte degli studenti cerca di avere un profilo basso, di non farsi notare. L’ideale è l’invisibilità. Io vedo sempre, che tutti, quando devono parlare in pubblico, hanno una paura terribile del giudizio degli Altri : cosa penseranno di me ? Gli piacerò ? Non gli piacerò ? Saranno ostili ? Saranno accoglienti ?. Così arrivano completamente contratti prima ancora di sentire l’ambiente, il pubblico e se arrivi con l’atteggiamento del ‘chiodo’ di certo troverai il tuo ‘martello’ , mentre se ‘senti’ come è la sala, se rischi, se ti esponi, avrai un’altra risposta.”

Il problema è che, a monte, c’è l’idea che essere in pubblico voglia dire “essere dato in pasto”veicolata , secondo Gualandri , soprattutto dai reality – dal GF a Masterchef, in cui essere in pubblico vuol dire essere nell’arena. “Questa dimensione gladiatoria , per cui esporsi vuol dire essere linciato, ha contagiato anche i talk-show. Basti pensare al ritmo, ai dialoghi aggressivi, banali, costruiti in modo che anche chi è competente non abbia assolutamente lo spazio per argomentare. Alcuni miei allievi che studiano canto vorrebbero andare ad ‘Amici’ o a ‘X-Factor’, ma per cosa ? Se ti ‘forgiano’ per vincera ad ‘Amici’ per esempio, lo fanno per farti entrare in uno standard che rende tutti uguali. Non è un caso che quelli che emergono veramente nella musica siano più spesso degli outsiders, penso, per esempio, ad un Ed Sheeran”.

                                           

(1) https://napoli.fanpage.it/napoli-donna-reagisce-contro-un-razzista/

(2) Francesca Gualandri  (https://francescagualandri.name) ha collaborato con il centro di musica antica di Ginevra, il conservatorio della Svizzera Italiana, l’università di Trento e di Göteborg.

(3) Cahiers de l’Apliut : Vol. 37 N°2 | 2018

 

 

 

 

 

Murialdo (Savona) : quando l’integrazione è intelligente funziona .

C’è una trebbiatrice a vapore che esplode investendo due contadini, un muratore che vola giù da un’impalcatura, e un camion che precipita in un fossato. In provincia di Savona, sulle pareti del santuario della Madonna del Deserto, nei boschi fra Murialdo e Millesimo, si affollano dozzine di piccoli quadri, come fotogrammi di un unico docufilm. In alto a destra di ogni scena, c’è la Madonna che, seduta su una nuvola, dirotta il destino salvando la vita del comittente. Sono gli ex-voto dipinti a olio, nella prima metà del ‘900 da Carlo Leone Gallo, un pittore di Cairo che raccontava miracoli con la stessa vivacità delle cronache disegnate da Beltrame per “La Domenica del Corriere” .“Gallo era un pittore vero – spiega il prof.Luigi Ferrando, che insieme a Cesare Garelli, ha salvato e restaurato 59 opere di Gallo– ma era povero e gli ex-voto erano anche un’attività per campare. Prima di dipingere, ricostruiva la situazione, con l’accuratezza di un cronista. In un episodio della prima guerra mondiale, doveva mostrare come un soldato fosse miracolosamente sopravvissuto all’esplosione della mitragliatrice. Usando una sedia per simulare la mitragliatrice, gli chiese di assumere la postura esatta al momento dello scoppio. Quando poteva, si recava sul posto con un taccuino, faceva schizzi e intervistava tutte le persone coinvolte nell’evento”. L’industrializzazione della ValBormida ai primi del ‘900, quando l’esplosivo prodotto a Ferrania veniva venduto anche ai russi, moltiplicò anche i miracoli connessi a incidenti sul lavoro. Tra gli ex-voto, vediamo un carrello delle ferrovie che investe due operai e un altro operaio travolto da un vagonetto carico di carbone della funivia Savona-Cairo Montenotte ( la più vecchia d’Europa ) tutt’ora in funzione. Se oggi c’è chi rischia la vita per la vertigine di un selfie, durante la guerra era prova di virilità saltare su un vagonetto carico di carbone, buttarne giù qualche chilo, perché la mamma si scaldasse e quindi saltare a terra, prima di finire negli ingranaggi della stazione di arrivo. Diversi quadri raccontano miracoli connessi alle migrazioni. Migrazioni armate, quando gli italiani (compreso Gallo) sparavano sui guerriglieri libici come il “miracolato” Cirione Giovanni, da Roccavignale , che nel 1911 scampò al piombo degli infedeli, e migrazioni pacifiche, come quando Lorenzo Accame, migrante di Carbuta, si salvò da un naufragio nel 1914, al ritorno dalle Americhe.Chiara Pescio, la volontaria che, oltre a suonare lo splendido organo del santuario ne cura il sito web, mostra una madonna scolpita. “ Questa statua – dice –è stata realizzata nel 1908 come ex-voto dalla famiglia Cravea di Murialdo. Era emigrata in America, ha fatto fortuna e l’ha donata come ringraziamento e come ricordo delle origini italiane. Ogni anno per portarla in processione occorrono otto persone”. A 10 minuti di auto dall’eremo, a Murialdo, un gruppo di migranti sta scrivendo con gli abitanti del paese l’ultimo capitolo di questa storia. Mentre Godwin, il nigeriano taglia l’erba del cimitero, Ibrahim racconta la sua storia . “ Ho 30 anni e vengo dal Sierra Leone. Durante la guerra civile, quando ero molto piccolo, i ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario Unito ndr) hanno ucciso mio padre davanti a me. Perché ? Non lo so. I ribelli uccidevano persone innocenti. Uccidevano e bruciavano le case. Hanno tirato fuori mio padre e gli hanno sparato davanti a me e a mia madre. Siamo scappati in campagna, ma anche lì hanno ricominciato a bombardare e noi a scappare. Non c’era un posto dove potersi fermare. Quattro anni fa l’epidemia di Ebola si è presa mia madre, e questo mi ha gettato nella disperazione. Era molto difficile per me. Vedevo gente che moriva ovunque. La mia vita era in pericolo e sono scappato. Prima in Libia e poi in  Algeria, ma anche lì era difficile. Così sono tornato in Libia e due anni fa mi sono imbarcato per l’Italia”. Fra Murialdo, Savona e Cairo, con Mario Molinari, filmiamo altri del gruppo che puliscono le strade o lavorano nei campi. Per ora hanno contratti di 4/6 mesi a 400 euro al mese, ma la prospettiva, se lavorano bene, è l’assunzione. A Murialdo, si sono inseriti senza problemi, grazie anche alla politica intelligente del comune che gli ha permesso di apprendere diversi mestieri.Con il vicinato i rapporti sono più che cordiali. Quando una donna ha perso il marito in un incidente stradale, i migranti sono stati i primi a offrirle aiuto. L’uomo che li ospita si chiama Giampiero Icardi. Nel 2012 era il portavoce degli operai della cartiera di Murialdo, che fallì togliendo il lavoro a 50 persone “ Ero in mobilità e non riuscivo a trovare lavoro – racconta –c’era un momento di emergenza in Italia per l’arrivo dei migranti, così sono andato in Prefettura e gli ho detto che mettevo a disposizione la casa, se mi avessero aiutato a lavorare nei quattro anni che mi separano dalla pensione. Così ho affittato a Cooperarci la cooperativa a cui sono affidati i migranti. Dopo 33 anni in fabbrica è un’esperienza del tutto nuova e interessantissima. Gli ho insegnato a usare un sacco di attrezzi. Per due anni hanno fatto volontariato presso il comune di Murialdo, curando il verde, pulendo le cunette, dando il bianco , aiutando il comune senza pesare sul bilancio, poi, pian piano sono stati inseriti in vari progetti Sprar : chi fa il muratore, chi il saldatore, chi il meccanico, chi il boscaiolo e così, piano piano, si stanno inserendo tutti” .  “ Appena arrivati Giampiero ci ha proposto di fare del volontariato presso il  Comune – racconta Fofana, fuggito dalla Costa d’Avorio perché minacciato di morte da un capo militare – all’inizio non capivo, ma lui ci ha spiegato che in questo modo il paese ci avrebbe conosciuto e poi aiutato. E così è stato.Mi mancano i bambini, ma sono contento di essere qui”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

è una trebbiatrice a vapore che esplode investendo due contadini, un muratore che vola giù da un’impalcatura, e un camion che precipita in un fossato. Sulle pareti del santuario della Madonna del Deserto, nei boschi fra Murialdo e Millesimo, in provincia di Savona, si affollano dozzine di piccoli quadri, come fotogrammi di un unico docufilm. In alto a destra di ogni scena, c’è la Madonna che, seduta su una nuvola, dirotta il destino salvando la vita del comittente. Sono gli ex-voto dipinti a olio, nella prima metà del ‘900 da Carlo Leone Gallo, un pittore di Cairo che raccontava miracoli con la stessa vivacità delle cronache disegnate da Beltrame per “La Domenica del Corriere”  . “Gallo era un pittore vero – spiega il prof.Luigi Ferrando, che insieme a Cesare Garelli, ha salvato e restaurato 59 opere di Gallo– ma era povero e gli ex-voto erano anche un’attività per campare. Prima di dipingere, ricostruiva la situazione, con l’accuratezza di un cronista. In un episodio della prima guerra mondiale, doveva mostrare come un soldato fosse miracolosamente sopravvissuto all’esplosione della mitragliatrice. Usando una sedia per simulare la mitragliatrice, gli chiese di assumere la postura esatta al momento dello scoppio. Quando poteva, si recava sul posto con un taccuino, faceva schizzi e intervistava tutte le persone coinvolte nell’evento”. L’industrializzazione della ValBormida ai primi del ‘900, quando l’esplosivo prodotto a Ferrania veniva venduto anche ai russi, moltiplicò anche i miracoli connessi a incidenti sul lavoro. Tra gli ex-voto vediamo un carrello delle ferrovie che investe due operai e un altro operaio travolto da un vagonetto carico di carbone della funivia Savona-Cairo Montenotte ( la più vecchia d’Europa ) tutt’ora in funzione. Se oggi c’è chi rischia la vita per la vertigine di un selfie, durante la guerra era prova di virilità saltare su un vagonetto carico di carbone, buttarne giù qualche chilo, perché la mamma si scaldasse e quindi saltare a terra, prima di finire negli ingranaggi della stazione di arrivo. Diversi quadri raccontano miracoli connessi alle migrazioni. Migrazioni armate quando gli italiani (compreso Gallo) sparavano sui guerriglieri libici come Cirione Giovanni, da Roccavignale , che nel 1911 scampò al piombo degli infedeli, e migrazioni pacifiche, come quando il migrante Lorenzo Accame, di Carbuta, si salvò da un naufragio nel 1914, al ritorno dalle Americhe. Chiara Pescio, la volontaria che, oltre a suonare lo splendido organo del santuario ne cura il sito web, mostra una madonna scolpita. “ Questa statua – dice –è stata realizzata nel 1908 come ex-voto dalla famiglia Cravea di Murialdo che era emigrata in America e ha fatto fortuna e l’ha donata come ringraziamento e come ricordo delle origini italiane. Ogni anno per portarla in processione occorrono otto persone”.  A 10 minuti di auto dall’eremo, a Murialdo, un gruppo di migranti sta scrivendo con gli abitanti del paese l’ultimo capitolo di questa storia. Mentre Godwin, il nigeriano taglia l’erba del cimitero, Ibrahim racconta la sua storia .“ Ho 30 anni e vengo dal Sierra Leone. Durante la guerra civile, quando ero molto piccolo, i ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario Unito ndr) hanno ucciso mio padre davanti a me. Perché ? Non lo so. I ribelli uccidevano persone innocenti. Uccidevano e bruciavano le case. Hanno tirato fuori mio padre e gli hanno sparato davanti a me e a mia madre. Siamo scappati in campagna, ma anche lì hanno ricominciato a bombardare e noi a scappare. Non c’era un posto dove potersi fermare. Quattro anni fa l’epidemia di Ebola si è presa mia madre, e questo mi ha gettato nella disperazione. Era molto difficile per me. Vedevo gente che moriva ovunque. La mia vita era in pericolo e sono scappato. Prima in Libia e poi in Algeria, ma anche lì era difficile. Così sono tornato in Libia e due anni fa mi sono imbarcato per l’Italia”.

Fra Murialdo, Savona e Cairo, con Mario Molinari, filmiamo altri del gruppo che puliscono le strade o lavorano nei campi. Per ora hanno contratti di 4/6 mesi a 400 euro al mese, ma la prospettiva, se lavorano bene, è l’assunzione. A Murialdo, si sono inseriti senza problemi, grazie anche alla politica intelligente del comune che gli ha permesso di apprendere diversi mestieri. Con il vicinato i rapporti sono più che cordiali. Quando una donna ha perso il marito in un incidente stradale, sono stati i primi a offrirle aiuto. L’uomo che li ospita si chiama Giampiero Icardi. Nel 2012 era il portavoce degli operai della cartiera di Murialdo, che fallì togliendo il lavoro a 50 persone “ Ero in mobilità e non riuscivo a trovare lavoro – racconta –c’era un momento di emergenza in Italia per l’arrivo dei migranti, così sono andato in Prefettura e gli ho detto che mettevo a disposizione la casa, se mi avessero aiutato a lavorare nei quattro anni che mi separano dalla pensione. Così ho affittato a Cooperarci la cooperativa a cui sono affidati i migranti. Dopo 33 anni in fabbrica è un’esperienza del tutto nuova e interessantissima. Gli ho insegnato a usare un sacco di attrezzi. Per due anni hanno fatto volontariato presso il comune di Murialdo, curando il verde, pulendo le cunette, dando il bianco , aiutando il comune senza pesare sul bilancio, poi, pian piano sono stati inseriti in vari progetti Sprar : chi fa il muratore, chi il saldatore, chi il meccanico, chi il boscaiolo e così, piano piano, si stanno inserendo tutti”. “ Appena arrivati Giampiero ci ha proposto di fare del volontariato presso il  Comune – racconta Fofana, fuggito dalla Costa d’Avorio perché minacciato di morte da un capo militare – all’inizio non capivo, ma lui ci ha spiegato che in questo modo il paese ci avrebbe conosciuto e poi aiutato. E così è stato.Mi mancano i bambini ma sono contento di essere qui”.

 

 

 

DICIOTTI : SALVINI FACCIA SCENDERE LA RAGAZZA ERITREA CHE FU VIOLENTATA DAI TRAFFICANTI

https://www.change.org/p/matteo-salvini-diciotti-salvini-faccia-scendere-la-rifugiata-eritrea-che-%C3%A9-stata-violentata-in-libia?recruiter=38824678&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&utm_term=share_petition

La prima volta che andai in Eritrea fu nel 1986 per un documentario autoprodotto con Danilo Marabotto e Bruna Sironi . Fu anche la prima volta che filmai ( in pellicola )  una prima linea : quella di Nacfa, la città fantasma poco distante da Asmara, che era diventata, la roccaforte della guerriglia Eritrea. “Den den”, il fronte, era anche chiamato “rigore”, (in italiano) perché se alzavi la testa di pochi centimetri, oltre le rocce arroventate dal sole, la “punizione” del cecchino etiopico era una certezza assoluta. Lungo la scarpata che precipitava a valle, si potevano vedere i corpi dei paracadutisti etiopici mummificati dal sole, dopo essere stati falciati a metà dell’ennesimo assalto, tanto inutile quanto suicida . Si poteva girare dalle 7 alle 11 poi bisognava cercarsi un riparo perché a 50 gradi il sole ti cuoce il cervello. Durante il giorno era impossibile viaggiare in jeep  sulle terribili strade eritree – più che strade piste di roccia o greti di torrente – perché l’aviazione etiopica ci avrebbe incenerito. Di notte dormivamo in grotte sotterranee incredibilmente pulite e relativamente fresche. Isaias Afeworki, l’attuale padre e padrone del paese, era giovanissimo. Ci rilasciò un’intervista in camicia, seduto al tramonto fra le rovine della città distrutta. Guidava una guerriglia rivoluzionaria, rigorosamente marxista-leninista.

Il Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea,  aveva sedato le lotte fratricide fra i cristiani e i musulmani, che avevano dissanguato i primi moti indipendentisti, e aveva azzerato le differenze fra uomini e donne. Sulle prime linee e nelle retrovie incontrammo guerrigliere in divisa con irte chiome leonine, che comandavano intere brigate e avrebbero messo in riga anche il sergente Hartmann. I combattenti più anziani capivano la nostra lingua perché avevano studiato nelle scuole italiane e in generale tutti mostravano molta simpatia per l’Italia. Simpatia abbastanza immeritata. Solo un anno prima era finita la grande carestia che in Etiopia aveva ucciso oltre un milione di persone e aveva commosso il mondo. L’Eritrea era ancora sotto occupazione Etiopica e pochi savevano che gli aiuti alimentari in arrivo da tutto il mondo venivano distribuiti ovunque, tranne che nelle zone controllate dalla guerriglia. L’Italia, alleata dell’Etopia, uno dei pochi bastioni cristiani nell’africa musulmana, forse non vide, forse non volle vedere, ma su un milione di morti 350.000 furono eritrei . Ciò che ci colpì degli eritrei non era solo la capacità di combattere – come i Tutsi in Rwanda sono uno dei grandi popoli guerrieri del continente – ma anche la grande dignità e una derminazione fuori del comune. Per liberarsi dall’occupazione etiopica ( e dalle sue torture ) hanno combattuto 30 anni. Quando tornai per la terza volta nel 2002 la situazione era già degenerata . L’ex-studente di ingegneria Isaias Afeworki aveva gettato in carcere (pare in container sotteranei) 15 ministri, 15 ex-compagni di battaglia. La stampa era stata imbavagliata e gli studenti venivano rastrellati a centinaia per la leva obbligatoria. Alla periferia di Assab – ridotta a una città fantasma – si vedevano ancora crani di combattenti uccisi dalle katiusce etiopiche . La guerra con l’Etiopia, nel triennio 1997-98-99, era stata un bagno di sangue, ma siccome era stata solo raffreddata da una fragile tregua, costringeva l’Eritrea – 3 milioni e mezzo di abitanti contro i 42 milioni dell’Etiopia – a una leva obbligatoria linghissima. Da allora uno dei paesi più affascinanti dell’Africa orientale è diventato un lager a cielo aperto da cui i giovani fuggono in massa. Uomini e donne. Fra gli ‘ostaggi’ della nave Diciotti leggo di una ragazza eritrea di 22 anni che è stata stuprata da ogni banda di trafficanti a cui è stata ‘ceduta’ nel corso di due lunghissimi anni. Da 10 giorni Matteo Salvini la tiene all’addiaccio per  “proteggere dall’Invasione” me e gli altri italiani…Vergogna.

 

 

 

PONTE DI GENOVA : NAZIONALIZZARE ANZI NO !

” Ieri si sono fatte plastiche le divergenze di vedute tra pentastellati e leghisti sul destino della rete autostradale. Il M5S, con il ministro Danilo Toninelli, ha continuato a evocare la nazionalizzazione e sta già studiando tre vie per riportare in mano allo Stato i 3mila chilometri di autostrade oggi affidati alla società della famiglia Benetton: il subentro di Anas, la costituzione di una Newco o un commissario ad hoc. Ma dal Carroccio il freno è stato deciso. Non tanto dal vicepremier Matteo Salvini («Stiamo studiando») quanto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, intervenuto al meeting Cl di Rimini. Dopo aver rilanciato il tema delle riforme, auspicando l’elezione diretta del capo dello Stato e la riduzione dei parlamentari, il volto più istituzionale del Carroccio ha messo a tacere le indiscrezioni di una mossa a sorpresa dell’esecutivo per cancellare con una legge la convenzione con Atlantia e passare il timone della rete ad Anas: «Non vedo i termini». Non solo. «Prima di nazionalizzare bisogna revocare, se si arriverà alla fine della procedura», ha avvertito, facendo ammenda per il voto favorevole dei leghisti al decreto “salva-Benetton” del 2008 e aggiungendo però di non essere persuaso che «la gestione dello Stato sia di maggiore efficienza».” (Il Sole24ore))

#PontediGenova : le scuse di Autostrade

Secondo Ansa l’ad di Autostrade Castellucci “ha chiesto scusa” . Ho sentito in diretta la conferenza -stampa ma ( forse mi sbaglio) ho capito un’altra cosa : Castellucci si è scusato a nome dell’azienda di non aver saputo comunicare la sua vicinanza alle vittime e alla città, cioè di un errore di comunicazione, non del crollo del ponte “le cui cause – ha ribadito due volte – vanno accertate dalla magistratura”.
E’ un pò diverso…
Forse qualcuno avrebbe potuto fargli qualche domanda “tecnica” :
1) avevate istallato i mitici ‘sensori’ di cui tutti parlano ?
2) a chi era affidato il “monitoraggio costante” del ponte ?
3) chi rassicurò gli abitanti che segnalavano la caduta dei calcinacci ?
4) è vero che il Politecnico di Torino aveva espresso dubbi sulla tenuta del ponte  ?

 

PONTE DI GENOVA : I COLORI DEL SILENZIO

La velocità con cui, rubando il mestiere ai  magistrati, i Benetton sono stati additati come i colpevoli della catastrofe di Genova, conferma l’unico tipo di dinamismo mostrato sino ad oggi, dal “Governo del Cambiamento” : la ricerca immediata di un capro espiatorio, dall’”invasione dei migranti” al “complotto dei mercati”.  Continua la lettura di PONTE DI GENOVA : I COLORI DEL SILENZIO