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Il bosco delle scarpe di lusso : la Liguria che resiste dietro il crollo del ponte

“ Esportiamo in Francia, Inghilterra, Giappone , Messico, Marocco …” La “Legnoform” una piccola azienda famigliare di Calizzano (Savona), probabilmente non entrerà mai nelle cliccatissime recensioni di Chiara Ferragni, ma molte scarpe di lusso di Gucci, Geox e Dolce & Gabbana, cantate dai fashionbloggers ,vengono realizzate proprio grazie alle sagome di legno che la famiglia Danna ricava dalla più grande faggeta d’Italia : quella appunto di Calizzano. Sbozzati a mano con una sega a nastro – un lavoro che richiede un’attenzione estrema – questi blocchi di legno vengono spediti ai formifici che li trasformano in piedi di tutte le taglie,su cui modellare sia scarpe di lusso, sia i modelli di plastica utilizzati per le scarpe di uso quotidiano. “ L’azienda esiste da 70 anni – racconta Bruno Danna, il titolare della Legnoform– mio padre e mio zio erano commercianti di legname e, prima della guerra, girando per i boschi, videro dei carbonai che sceglievano i pezzi più belli, li sagomavano con la scure e li vendevano a un signore che li portava alle fabbriche di scarpe di Vigevano. A Gorreto, in alta Val Trebbia, provarono ad usare  una sega a nastro, ma dato che c’erano pochi faggi, nel 51’ si sono trasferiti a Calizzano. Abbiamo cominciato a usare il faggio e poi il carpino, ma dobbiamo farlo arrivare dalla Francia, perché gli alberi di qui sono troppo sottili”. Mentre parliamo, la telecamerta di Mario Molinari inquadra un muletto che stiva centinaia di sagome di legno in una camera stagna dove vengono sterilizzate a vapore perima di essere messe ad essiccare per almeno quattro mesi . “ I modelli in legno vengono usati per le scarpe di  lusso, – spiega Roberta Danna, che ha preso le redini dell’azienda, ma avrebbe potuto tranquillamente fare anche la modella “ così come i tendiscarpe, che servono sia a tenere in forma la scarpa che ad assorbire l’umidità che si forma all’interno. Vengono usati soprattutto in Francia e in Inghilterra perché lì c’è una cura maggiore della scarpa che non da noi in Italia.” Negli anni ’60 la Legnoform produceva in un anno un milione e mezzo di pezzi e dava lavoro a 40 persone, compresi i boscaioli e coloro che trasportavano a valle i tronchi di faggio con i trattori e anche con i buoi. L’avvento della plastica negli anni ’70 e la cosidetta  “crisi percepita” dai tempi di Berlusconi sino ai giorni nostri, hanno costretto la ditta a ridurre la produzione che oggi viene portata avanti dai quattro membri della famiglia Danna e da quattro dipendenti, due rumeni e due albanesi. Chiedo a Bruno Danna come mai, in un’area definita “di crisi industriale complessa”, i giovani del posto non bussino alla sua porta. “ I giovani ? – risponde– non vogliono fare questo lavoro, forse perché non è un lavoro d’ufficio. Magari farebbero i boscaioli – ma per questo lavoro c’è poca domanda”. Se a Genova il crollo del ponte diventa materia di propaganda e di scontro politico, la Val Bormida, la cosidetta “area di crisi complessa” che al blocco del traffico sta già pagando un prezzo altissimo, riesce a sopravvivere anche grazie a produzioni semiartigianali come questa ma ogni giorno di ritardo aggiunge un ostacolo. “ Uno dei problemiper chi sceglie di star qui– spiega Roberta – è anche la mancanza di collegamenti. Qui corrieri passano una volta alla settimana . Internet funziona a singhiozzo e quando c’è stata la gelata all’inizio dell’anno,( il cosidetto ‘gelicidio’), per telefonare dovevamo andare fino a Murialdo, a 20 minuti da qui. ”

 

 

 

 

 

 

 

 

Ponte di Genova : effetti collaterali ….

Mentre la “Pila 10” del Ponte Morandi scricchiola sempre di più quali saranno gli effetti collaterali del crollo su una regione strozzata come la Liguria ? In particolare, come impatteranno su una provincia in crisi come Savona ? L’ho chiesto ad Alessandro Berta, il Direttore Generale dell’Unione Industriali di Savona, che dal 14 agosto raccoglie tutti i segnali che vengono dalle imprese sopravvissute in quella che è stata definita “area di crisi industriale complessa”.

“ Dopo il crollo, fra gli imprenditori locali al momento non si parla di cassa integrazione – come accade all’Ansaldo di Genova, dove non possono lavorare e hanno problemi logistici gravi – ma sicuramente si teme un aumento dei costi di trasporto – risponde –penso all’’Acqua Minerale Calizzano’. Penso a ‘Frascheri’ , un’azienda di Sassello che produce latte, panna e altri prodotti per la pasticceria. Hanno un’ottima logistica della consegna sul ponente, ma su Genova dovranno cambiare tutto, perché tutti quelli che spostano merce su Tir verso Genova o La Spezia adesso sono costretti a risalire a nord , aggiungendo 120 km . Il costo medio in più di gasolo è di 120 euro. Col ritorno diventano 240 a viaggio. Solo i camion piu’ nuovi, fanno 100 km con 20 litri”

D – Quante imprese saranno colpite da questi aumenti ?

R- Tutte le ditte alimentari che fanno distribuzione verso il Ponente, come il ‘Raviolificio S.Giorgio’, la ditta ‘Plin’ che fa pasta fresca per tutta la Liguria, il ‘Salumificio Chiesa’ nel Finalese e le imprese che producono fresco nell’albenganese e a Ceriale. Probabilmente dovranno rinunciare alla distribuzione via tir e usare piccoli camion per superare il ‘blocco’ di Genova. Il problema è che non sappiamo ancora quali saranno i tempi di attraversamento di Genova , perchè non è ancora iniziato il rientro dalle ferie. L’unica cosa certa è che il rallentamento avrà un impatto sulle ore lavorate dei conducenti. Aumenteranno anche i costi di trasporto di un altro un prodotto tipico del savonese : le bottiglie di vetro di Altare, Carcare, Dego , prodotte da ditte come ‘Vetreria Etrusca’ o ‘Verallia’. Distribuiscono verso i grandi mercati vinicoli : Francia, Piemonte, Veneto, ma anche e verso  la Toscana e in quella direzione costerà  più, perchè possono usare solo i Tir, che dovranno fare 240 km in più. Costi in più anche per le imprese edili savonesi che lavorano su appalti pubblici nel Genovesato o quelle  genovesi che lavorano nel Ponente : usano trasfertisti che tutti i giorni raggiungono i cantieri perché non hanno lavoratori sul posto.

D- Alcuni traffici del porto di Genova potrebbero essere dirottati a Savona ?

R- Il porto di Genova oggi può avere dei problemi, ma ci devono essere da 3 a 6 mesi di disagi elevati perché un operatore di linea decida di scegliere un altro porto. All’inizio le difficoltà di Genova potrebbero spostare a Savona i traffici delle “rinfuse”, cioè merci come polveri, sale, carboni , rottami, solfati , che possono essere trasportate su un piazzale senza ricorrerre a container o serbatoi ma, alla lunga, se perde il modello Genova-Savona, ci perderebbe anche Savona.

D– Il crollo del ponte come impatterà sul traffico dei containers ? I cinesi della Maesrk che utilizzeranno la piattaforma in costruzione a Vado Ligure potrebbero pentirsi ?

R- Sul traffico dei container sono meno preoccupato. Potrebbe esserci uno slittamento di traffici dal porto commerciale di Genova verso Voltri, ma Voltri può aumentare la propria capacità con i nuovi investimenti che sono stati fatti ed è collegato direttamente per ferrovia e autostrada alla pianura padana . Vado Ligure seguirà gli stessi percorsi con qualche vantaggio competitivo, in direzione del Piemonte, ma è chiaro che la debolezza infrastrutturale adesso è aumentata. Prima avevamo due autostrade per Milano, adesso ne abbiamo una. Se ogni due giorni si blocca per un incidente, come spesso accade , sarà un problema.

D- Si può dire che dal 14 agosto la definizione di ‘area di crisi complessa’ si è estesa a tutta la Liguria ?

R-Vede se succede un fatto grave, come quando la montagna franò sul treno di Andora bloccando per sei mesi l’unica linea per la Francia, o come accadde a Napoli con la crisi dei rifiuti , il turista o l’investitore che vengono da fuori, non vanno a ragionare nel dettaglio, non stanno a verificare che Genova si può comunque raggiungere. Se c’è un problema di quelle dimensioni, quell’area viene esclusa. Per questo i problemi di collegamento di  Genova vanno risolti al più presto perché se no è l’intera area che rischia di essere considerata come problematica e verrà scartata. L’effetto diretto del crollo avrà un impatto sul Ponenete ma a me preoccupa di più l’effetto indiretto : la Liguria rischia di essere percepita come un’area irraggiungibile ”

Il mio ex-collega Giovanni Toti, oggi presidente della Regione Liguria,  è sicuramente uno dei politici più furbi e ambiziosi della destra italiana e se si è assunto il fardello di di commissario della crisi genovese è anche perché sa che il cratere di Genova avrà un impatto mediatico superiore a quello che ebbe l’Aquila per il suo mentore Berlusconi. L’emergenza di Genova, inoltre, sarà l’unica “prima linea” , sulla quale contrastare la strategia delle emergenze di Salvini e forse l’ultima ‘ridotta’ rimasta a Forza Italia per non farsi ingoiare dalla Lega. Sarà una gigantesca sfida mediatica : o Toti ( oltre a riparare i danni ) riuscirà a comunicare al mondo che Genova è agibile, raggiungibile e fruibile o sarà il declino per tutta la regione. La battaglia per ricostruire il ponte è già adesso secondaria rispetto alla quella per restaurare l’immagine industriale della regione . Fossi in lui mobiliterei le meglio teste della Liguria , da Freccero al vignettista Maramotti, da Fazio a Tatti Sanguineti per trasmettere proprio questo : che la Superba, malgrado il crollo, conserva intatto tutto il suo fascino di città aperta al mondo (in un paese di porti chiusi e di navi sequestrate…) Una campagna ? Perché no? Si potrebbe chiamare “Un ponte per.. Genova”.

 

 

 

PONTE DI GENOVA : NAZIONALIZZARE ANZI NO !

” Ieri si sono fatte plastiche le divergenze di vedute tra pentastellati e leghisti sul destino della rete autostradale. Il M5S, con il ministro Danilo Toninelli, ha continuato a evocare la nazionalizzazione e sta già studiando tre vie per riportare in mano allo Stato i 3mila chilometri di autostrade oggi affidati alla società della famiglia Benetton: il subentro di Anas, la costituzione di una Newco o un commissario ad hoc. Ma dal Carroccio il freno è stato deciso. Non tanto dal vicepremier Matteo Salvini («Stiamo studiando») quanto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, intervenuto al meeting Cl di Rimini. Dopo aver rilanciato il tema delle riforme, auspicando l’elezione diretta del capo dello Stato e la riduzione dei parlamentari, il volto più istituzionale del Carroccio ha messo a tacere le indiscrezioni di una mossa a sorpresa dell’esecutivo per cancellare con una legge la convenzione con Atlantia e passare il timone della rete ad Anas: «Non vedo i termini». Non solo. «Prima di nazionalizzare bisogna revocare, se si arriverà alla fine della procedura», ha avvertito, facendo ammenda per il voto favorevole dei leghisti al decreto “salva-Benetton” del 2008 e aggiungendo però di non essere persuaso che «la gestione dello Stato sia di maggiore efficienza».” (Il Sole24ore))

#PontediGenova : le scuse di Autostrade

Secondo Ansa l’ad di Autostrade Castellucci “ha chiesto scusa” . Ho sentito in diretta la conferenza -stampa ma ( forse mi sbaglio) ho capito un’altra cosa : Castellucci si è scusato a nome dell’azienda di non aver saputo comunicare la sua vicinanza alle vittime e alla città, cioè di un errore di comunicazione, non del crollo del ponte “le cui cause – ha ribadito due volte – vanno accertate dalla magistratura”.
E’ un pò diverso…
Forse qualcuno avrebbe potuto fargli qualche domanda “tecnica” :
1) avevate istallato i mitici ‘sensori’ di cui tutti parlano ?
2) a chi era affidato il “monitoraggio costante” del ponte ?
3) chi rassicurò gli abitanti che segnalavano la caduta dei calcinacci ?
4) è vero che il Politecnico di Torino aveva espresso dubbi sulla tenuta del ponte  ?