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CECENIA. “IN PIEDI NEL CAOS” : diventa teatro la guerra di Putin rimossa dai ‘sovranisti’

Il dramma “In piedi nel caos” (testo di Veronique Olmi e regia di Elio De Capitani), proposto in questi giorni dal teatro Elfo-Puccini (1), mette in scena ‘effetti collaterali’ del conflitto più rimosso del pianeta : la guerra in Cecenia, che Putin ha domato consegnando il paese alla mafia ‘islamica’ di Ramzan Kadirov, dopo che un quarto della popolazione era scomparso nei terrificanti “campi di filtraggio” russi.

La vicenda, ambientata nel 1995, si svolge tutta nella cucina di una ‘komunalka’ (un appartamento condiviso) di Mosca, dove una bravissima Carolina Cametti, interpreta Katia, la moglie di Juri, un reduce sfregiato nel corpo e nell’anima, che affoga i rimorsi nell’alcol. La figura di Juri , interpretato con brutale energia da Angelo Di Genio, è la messa in scena di un corpo afasico, che sanguina, ma non riesce a confessare a se stesso e alla moglie quello che ha fatto. L’arto massacrato che trascina sul palco è la zavorra maleodorlante di un passato che non passa 

e che lui e la Russia non possono amputare.

Juri mi ha ricordato una storia che avevo studiato a lungo prima di andare in Vietnam a girare un reportage per “Storie di confine” : la storia del soldato Varnado Simpson.

Nel documentario “Quattro ore a My Lai” (2) girato nel 1989 e dedicato al più famoso massacro americano commesso in Vietnam, Varnado racconta di aver personalmente ucciso circa 25 persone : “Vecchi uomini, donne, bambini, bufali d’acqua –- racconta – , sparandogli,tagliadogli la gola,tagliandogli le mani,le lingue, scotennandoli”.

Nell’intervista , forse la più sconvolgente mai registrata con un criminale di guerra, Varnado, gonfio di farmaci e di rimorsi, trema, piange, soffre e in qualche modo ‘anticipa’ il suicidio che avrebbe poi commesso nel 1997 registrando un documento eccezionale in cui la tv supera il cinema e il teatro offrendo un’incaranzione del Rimorso che forse avavemo incontrato solo nei testi di Shakespeare.

Nel 1977 quando suo figlio di 10 anni fu ucciso per sbaglio in una sparatoria di quartiere, Varnado disse : “È morto tra le mie braccia. E quando l’ho guardato, la sua faccia era come la faccia del bambino che avevo ucciso in Vietnam. E mi sono detto ‘Questa è la punizione per aver ucciso le persone che ho ucciso.”

Le violenze commesse dai paracadutisti russi in Cecenia, a volte come rappresaglia a quelle commesse dai ceceni, emersero in tutto il loro orrore solo alla fine della guerra, quando nel 2009 due ex-agenti delle forze speciali le rivelarono al Sunday Times Mark spiegando che le loro erano azioni compiute «per amor di pa­tria» 
“ Andrej, dieci anni di Cece­nia – scriveva Fabrizio Dragosei sul Corsera del 27 aprile 2009 riprendendo l’articolo del Sunday Times-  ha raccontato di quando con i suoi ha fatto irruzione in una casa dove era stata segnala­ta la presenza di una donna che istruiva le «shakidka», ra­gazze- kamikaze da spedire in giro per la Russia (su aerei, nei mercati, alle stazioni del me­trò). Grazie all’elettroshock, la donna confessò. Dopo averle sparato in testa, i soldati porta­rono il corpo in un campo, do­ve lo polverizzarono letteral­mente con una forte carica di esplosivo: «Niente corpo, nien­te prove, nessun problema». La questione importante, han­no raccontato gli agenti, «era di agire secondo la volontà im­plicita dei superiori ma senza farsi beccare”

Nel dramma “In piedi nel caos” Iuri , che ha confessato di aver partecipato all’uccisione di un gruppo di donne cecene, sopravviverà grazie all’amore della moglie e accettando l’amputazione  che è il solo  modo per separarsi dal passato riconoscendosi però come un invalido , fisico e morale. 

Il testo di Véronique Olmi, nota in Italia più per  romanzi che per le sue opere teatrali, mostra alcune ingenuità. Ci sono frasi, espressioni – come  “là era solo terrore” – che chi ha visto e soprattutto fatto la guerra probabilmente non direbbe mai, ma nel complesso è ben costruito e ottimamente interpretato grazie a uno spazio che De Capitani ha immaginato  come continuamente violato, imploso, da schianti e rumori esterni 

(1) IN PIEDI NEL CAOS di Véronique Olmi, traduzione Monica Capuani , regia Elio De Capitani ,  scene e costumi di Carlo Sala ,  suono di Giuseppe Marzoli, luci di Nando Frigerio , con Cristina Crippa [Babushka], Angelo Di Genio [Yuri], Carolina Cametti [Katja], Marco Bonadei [Grisha] assistente alla regia Alessandro Frigerio. Produzione Teatro dell’Elfo

 (2) https://www.youtube.com/watch?v=cyuQdHSk8a8

Liguria al collasso : diario da Masone

Pur non essendo cattolico – ma anzi subendo il fascino di altre religioni come lo Shinto – nei giorni scorsi ho scoperto che almeno un cero devo portarlo anch’ io a Giovanni Nepomuceno martire, il Santo protettore dalle frane e dalle alluvioni, perché la sera di giovedi’ scorso, dopo una giornata di pioggia torrenziale avevo attraversato proprio il ponte della A6 che sarebbe crollato domenica. 
Tornavo da Ceva dove avevo proiettato “Crisi complessa” il documentario (girato con Mario Molinari e Giovanna Servettaz) in cui si racconta la crisi industriale del Savonese. Bene uno dei problemi – denunciati sia dal sindacato che da confindustria – è proprio la crisi delle infrastrutture che oggi, sta trasfornando non solo il savonese ma l’ intera Liguria in un arcipelago di enclaves sempre più isolate. 
Ieri ho chiesto a un’amica di Fb , Marina Ottonello, che a Masone, in Vallestura, ha un negozio di piante e oggettistica (“Fioridea”), di raccontarmi com’è, oggi, la sua giornata.
“ Dopo la caduta del ponte Morandi – mi scrive – e con la chiusura prima totale e ora a corsie ridotte di alcuni tratti dell’autostrada, il viaggio per Genova, sta diventando sempre più un incubo. Se prima partivo alle 5 stamattina, ora ho anticipato la sveglia alle 4. Alle 4,20 ho imboccato il mitico Turchino un po’ con la paura delle code e un po’ con quella di sprofondare letteralmente nel vuoto 
Alle 5,45 sono arrivata al mercato fiori e velocemente ho comprato. Appena partita si è messo a piovere a dirotto, facevo la gimkana fra un divieto, una strada chiusa, un vigile che al buio provava a dare indicazioni, un bidone della spazzatura piazzato in mezzo alla strada con un lampeggiante come avviso di pericolo, un triangolo sistemato su una presunta buca… 
Finita la gimkana, sempre al buio, finalmente sono entrata in autostrada e alle 7,40 ero finalmente a Masone. La giornata di lavoro doveva iniziare ma la fatica più grossa l’ avevo già fatta : raggiungere Genova ! Al ritorno c’ era pure la nebbia ! Pensa a chi deve andarci tutti i giorni per lavoro ! Pensa a chi debba raggiungere un ospedale : noi in valle non ne abbiamo più. C’è solo una guardia medica a Campo Ligure….
Anche la statale per Ovada è chiusa per frane.
La linea ferroviaria Acqui Terme-Genova, è sempre incasinata mentre la linea degli autobus Atp continua a tagliare le corse. Penso che siamo tutti tesi e spaventati da questa Italia che va a rotoli. Anni fa Alessandro Baricco descriveva Masone come il posto più piovoso d’Italia : “..Dalle mie parti – scriveva – è un nome famoso. Quando proprio ti va tutto storto, ma storto davvero, da noi si dice: poteva andarmi peggio, potevo essere nato a Masone… Tutte le nebbie e le nubi d’Italia arrivano lì, si stoppano contro la montagna e, incapaci di un salvifico scatto di reni che le porterebbe al mare, lì si fermano, e lì si lasciano morire: esattamente sopra, e dentro, Masone. Tre chilometri e una galleria più in là è già sole, e mare, e donne, e felicità. Lì, è purgatorio. In realtà avrebbe potuto vivere con grande dignità la propria jella metereologica, tranquillo nella sua valletta solitaria, senza che nessuno ne sapesse nulla; ma neanche questo, gli hanno concesso: ci han fatto passare l’autostrada, a Masone, quattro corsie dal mare e verso il mare, piene di gente che va e viene, ci hanno messo anche l’uscita col casello così è tutto un carosello di asfalto che gira, e sopra le nuvole, e tu che attacchi il tergicristallo e pensi poteva andarmi peggio, potevo nascere a Masone. “. […]
Beh, io non lo sono triste a Masone perché amo la vita di paese, ma non posso dimenticare che negli anni settanta i miei nonni in poco tempo furono sfrattati dopo una vita di sacrifici per fare posto al casello di Masone e adesso, dopo aver pagato quarant’anni di pedaggi, mi fa davvero arrabbiare non avere una strada praticabile in tranquillità. 
Basterebbe poco, un po meno avidità un po più rispetto. Mi sono dilungata troppo lo so…ma oltre che la mia opinione questa è la realtà. Ciao buonanotte. Marina.”

La grotta dei formaggi e il crollo del ponte Morandi : l’agricoltura ligure strozzata dal caos delle infrastrutture

Sara Armellino ed Elisa Core
Walter Sparso (Confederazione Italiana Agricoltori)

Elisa Core, laureata in economia e commercio, era destinata a nuotare fra moduli e fatture nello studio da commercialista del padre. Sara Armellino, laureata in scienze forestali e ambientali, avrebbe probabilmente trovato lavoro all’estero.Invece  ora entrambe  dividono le loro energie fra un gregge di marmocchi (due a testa, quasi tutti piccoli ) e uno di pecore e capre  con cui producono formaggi per buongustai a Saliceto, al confine fra Piemonte e Liguria. In un’area in cui i giovani fuggono in massa e la popolazione invecchia a ritmi giapponesi, Elisa e Sara hanno deciso di restare, catturate da un doppio  incantesimo : quello della campagna e quello di una grotta scavata a mano nel “tui” ( in dialetto “tufo”), che, durante la guerra veniva usata come rifugio e che ora servirà a stagionare un formaggio di pura pecora a latte crudo, che si chiamerà “Stagionato della Gruta gran riserva “, 

“La grotta è presso la cascina di mio nonno – racconta Sara –c’è dell’acqua che scorre sul fondo e la tiene sempre fresca. I miei nonni la usavano come cantina, ma potrebbe essere stata l’antica tomba di un re ligure”.

“Ho lavorato 16 anni nello studio di mio padre –racconta Elisa Core – ma ho sempre amato la campagna. Quando abbiamo iniziato, nel 2016, avevamo solo una trentina di pecore di razza delle Langhe, una razza ormai in via di estinzione, che ha dato il nome alla ditta ‘Le Langhette’. Facciamo 15 tipi di formaggio : formaggi freschi, robiola di pura pecora, formaggetta di pura capra, yogurt di pecora e la giuncata, che è un formaggio tipico della zona”

Chiedo: “Oggi le formaggette si trovano anche al supermercato .Come fate da sole a reggere la concorrenza ?” 

“Abbiamo clienti selezionati che tengono alla qualità – risponde Sara– le nostre formaggette costano di più, ma il cliente sa che tipo di lavoro c’è dietro e che facciamo tutto noi : dal nutrire le pecore alla vendita. E’ importante che i giovani restino sul territorio se no qui ci sarebbero solo boschi abbandonati. Vendiamo a privati,a negozi,a piccoli supermercati con prodotti selezionati ,ma vendiamo soprattutto in Val Bormida”.

Sara ed Elisa oggi si dicono molto soddisfatte della loro azienda, perché vendono in un ambito circoscritto, ma altri produttori che ugualmente puntano sulla qualità, ma hanno bisogno di mercati più estesi si scontrano con la crisi cronica delle infrastrutture liguri.

“Facciamo un esempio concreto – spiega Walter Sparso della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) – Riccardo Sancio è il mitico produttore di vino di Spotorno che, all’epoca del referendum di Renzi, produsse, su richiesta del ‘Comitato per il NO’ di Savona, il ‘Vino del NO’ con le etichette di Danilo Maramotti. Ieri mi spiegava : ‘Io non produco migliaia di bottiglie. Se producessi 10.000 bottiglie le venderei al supermercato, che le comprerebbe non a 7 euro, ma a 3 euro e 90. Come faccio a  conciliare qualità e prezzo? Vado da un ristoratore, gli offro un rossese di altissima qualità e gli chiedo 6,50 o 7 euro e il ristoratore  lo rivende a 14 o 15, che è comunque un buon prezzo , perché nei ristoranti il pigato, normalmente lo trovi dai 18 euro in su. 

Ma questo cosa comporta ? Crearsi una rete e portarglielo, perché non puoi chiedere a un ristoratore di mollare tutto per venirlo a prendere dal produttore. Ora io ho 50 ristoratori che mi comprano  una media di 5,6,7 sette cartoni, cioè 80 o 100 bottiglie.

Immagini cosa vuol dire andare tutti i giorni in lungo la costa ? Che passi la giornata in autostrada !”.

Il crollo del ponte Morandi, tagliando in due la Liguria, ha reso ingestibile una situazione già caotica, specie per i piccoli produttori che devono raggiungere i punti dove c’è turismo, cioè dove c’è traffico. 

“ Lo stesso vale per l’olio , per il formaggio.

– continua Sparso– ma vale anche per i fiori di Albenga. Siccome il prodotto si confronta con la concorrenza  Olandese, che fa qualità ma la fa su grandi numeri e grandi trasporti, non è indifferente usare un’autostrada che è fra le più care d’Italia, in cui invece che in 12 ore arrivi in 24, e che costringe i camion a fare 2 viaggi invece che 3 . Specialmente nel settore delle ‘aromatiche’ – timo , rosamarino, salvia etc. la concorrenza si gioca su qualche centesimo a pianta e tutto questo fa presto a incidere. La caduta del Ponte è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso e oggi mette in difficoltà centinaia di aziende”. 

I cavoli di Antonio Ricci. Val Bormida : ritorno ai prodotti del passato.

“L’ultima sciabola napoleonica l’hanno trovata un anno fa- racconta Antonio Massa – ma la terra dei boschi continua a restituire bottoni, e altri relitti . A Loano o in altre zone della Val Bormida hanno trovato anche armi degli austriaci, ma qui a Calizzano troviamo solo roba dei francesi perché qui c’era una specie di lazzaretto”

Mentre la bandiera di Napoleone attraversava come un fulmine la Liguria, lasciando una traccia indelebile nella storia di Savona e della Val Bormida, i feriti dell’armée

venivano curati a Calizzano con il distillato di un’ erba profumatissima, il ‘tanaceto crispum’, che da allora viene chiamata ‘archibus’ perché curava le ferite da archibugio. 

“Ho scoperto la ricetta da una mia zia che l’aveva avuta da una prozia – racconta Antonio– perché la usavano in casa come liquore”

Dopo aver passato la maggior parte dei suoi 52 anni dietro il volante di un camion, Antonio ha rispolverato un vecchio diploma da erborista, conseguito all’Università di Urbino e ora produce l’archibus, il liquore che in passato, in Val Bormida, serviva anche ad accellerare l’iter dei matrimoni 

“ Tenevano le bottiglie più belle – racconta Antonio – perché all’epoca le ragazze non uscivano da sole . Erano i giovanotti che andavano a visitarle in casa, e si racconta che i parenti delle meno belle, quando volevano accasarle, offrivano ai possibili candidati uno o più bicchieri di archibus per, diciamo, ‘condizionare’ il loro giudizio e concludere il fidanzamento”

Il nome dell’azienda, ‘Nirulè”, deriva dal fatto che il campo di Antonio è l’unico prato pianeggiante – “rulè” – del paese 

“ Ho iniziato questa attività quando facevo ancora il camionista – racconta –  raccolgo l’erba, la faccio essiccare e la porto a una distilleria di Cortemilia, dove viene messa negli infusori insieme all’alcool. Alla tintura madre si aggiunge poi acqua e zucchero. L’archibus fa 30 gradi. Ne produco 3000 bottiglie all’anno che distribuisco a ristoranti e negozi di prodotti tipici e ne vendo tante anche via internet.Il mio cliente più lontano è in Corea”

Antonio Massa è uno degli agricoltori che, all’interno di un’area, come la Val Bormida, depressa dal punto di vista industriale, ma ricca di boschi bellissimi, specie tra Murialdo a Calizzano, hanno deciso di puntare su modi di produzione d’altri tempi, e su prodotti con sapori e colori che sembravano usciti da un film di Olmi o di Piavoli.

Sempre a Calizzano, Jole Buscaglia e Sergio Revetria coltivano ortaggi antichi, come il cavolo navone, che, in tempo di guerra sfamò tanta gente, ma dopo era conosciuto e diffuso solo sul posto.

“Coltiviamo anche il sedano rapa e le barbabietole, – racconta Jole –cose che qui si coltivavano a fine secolo”. “Non usiamo diserbanti – aggiunge Sergio –pensando al futuro e alle incidenze tumorali. Mio padre è morto di tumore a 56 anni e non a caso tanti nostri clienti sono dei medici”.

Per combarre le erbacce si ricorre alla ‘paciamatura’ , cioè si copre il terreno con teli in fibra di mais, ma dove sbucano le piantine bisogna comunque intervenire a mano, il che significa, come dicono qui, “farsi un pajolo triplo”.

Il prodotto però vale la fatica : distribuito sia per vendita diretta, che tramite i Punti macrobiotici”, ha conquistato anche la tavola di Antonio Ricci che Jole rifornisce  regolarmente di verdura.  

“Il recupero delle tradizioni – spiega Walter Sparso della Cia(Confederazione Italiana Agricoltori)– è stato avviato soprattutto da aziende dell’entroterra che cercano di tipicizzare il proprio modo di produrre e riguarda antiche piante da frutto o decine di varietà di patate. Il successo dell’ “Albicocca di Valleggia” – già nota negli anni’30 e ’40 – è un fenomeno abbastanza recente. La Liguria aveva della qualità fantastiche di pesche. La mitica ‘pesca impero’, che mio zio coltivava a Borgio Verezzi, grossissima e dolcissima ma molto esposta agli attacchi degli insetti, oggi la stanno adesso recuperando a Tovo S.Giacomo.C’è stato un recupero enorme anche degli antichi grani usati poi nei prodotti da forno. La Valbormida, anche se è sempre stata uno dei centri dell’industria savonese, non ha mai perso la sua dimensione agricola. La tradizione era : marito in fabbrica moglie nei campi. Negli anni ’60 e ’70 la produzione agricola è stata marginalizzata, ma adesso, specie nell’alta valle, da Dego a Murialdo, Calizzano Bardineto, Osiglia, sta rifiorendo anche nel settore delle piante officinali ”.

Savona : rischia la paralisi l’ultima funivia d’Europa

Vista dalle colline di Savona, l’ultima funivia d’Europa è un gigantesco pentagramma di acciaio, che, da 107 anni trasporta carbone dal porto di Savona in ValBormida, scavalcando 18 km di boschi . 

 “Quand’ero ragazzino, anch’io mi aggrappavo ai vagonetti.– racconta Fulvio Berruti ex-dipendente delle Funivie e a lungo rappresentante sindacale– era una sfida fra ragazzi : vinceva chi si faceva trasportare più lontano, ma spesso le guardie di stazione ci correvano dietro. Mio padre, ‘funiviere’ anche lui, raccontava che, durante la guerra, i più poveri salivano sui pali per scaricare i vagonetti e rubare il carbone”. 

Quando venne realizzata nel 1912, quella di Funivie era la linea di trasporto aerea più lunga del mondo e da allora,i vagonetti che attraversano il “cielo sopra Savona”, sono una componente fissa del paesaggio che, resistendo alla sfida del tempo, sembra quasi rassicurare la provincia sulla continuità del suo destino industriale. Questa certezza è crollata a gennaio quando il ministero delle infrastrutture ha bloccato i finanziamenti (20 milioni) al gruppo Ascheri che ha in concessione l’impianto, perché non avrebbe rispettato l’impegno di coprire i parchi dove viene stoccato il carbone.

 “A gennaio dovevamo discutere con l’azienda un piccolo premio di risultato , perché abbiamo scaricato 100.000 tonnellate in più rispetto al 2017 – dice Fabrizio Castellani (Filt Cgil Savona)- e mai avremmo immaginato quel che stava accadendo e che l’azienda ci ha nascosto. E’ stato un parlamentare a dirci di contattare il MIT perché aveva sospeso i contributi che versa ogni 3 mesi, sia per l’esercizio che per gli investimenti tecnologici, compresa la copertura dei parchi carbonili a San Giuseppe di Cairo”

Funivie, insiema a Italiana Coke e al “Terminal alti fondali Savona”, fa parte di un sistema integrato che, con l’indotto, dà lavoro a 600 persone. Per essere sostenibile questa rete dovrebbe scaricare almeno 1500.000 tonnellate all’anno, cosa impossibile perché i fondali del porto di Savona accolgono solo navi di medie dimensioni.

 “ Senza contributo statale le Funivie non stanno in piedi – dice Castellani –ma se non ci fossero, ogni giorno vedremmo viaggiare fra Savona e Cadibona centinaia di Tir. Nell’accordo del 2007 , il Ministero dei Trasporti si impegnava sino al 2022 per un totale di 122 milioni di cui 29 erano destinati alla copertura dei carbonili”.

Quando esplose il caso di Tirreno Power, la centrale a carbone di Vado Ligure, tutte le tv corsero a filmare la polvere che anneriva i lenzuoli a poche centinaia di metri dal centro, verrebbe quindi da chiedersi perché il depositi di S.Giuseppe siano ancora scoperti. 

Il Gruppo Castaldi, che si era aggiudicato un appalto al massimo ribasso – spiega Castellani –aveva chiesto subito una revisione dei costi e Funivie gli ha revocato l’appalto assegnandolo a un nuovo gruppo che però è finito in concordato preventivo. Così dei 29 milioni ne sono stati spesi solo 2 per abbattere dei manufatti. Inoltre Funivie ha pagato cara la crisi di ItalianaCoke , perché, da quando è andata in concordato preventivo, non ha potuto per un sacco di tempo incassare fatture per 9 milioni. Probabilmente ha utilizzato i fondi del contributo statale per pagare gli stipendi dei lavoratori”. 

Funivie, in un comunicato, dichiara di aver sempre informato tempestivamente il Ministero sulle ultime vicende e dice che, al momento, le attività continuano senza problemi, anche in ragione di “una gestione oculata che ha consentito di accumulare discrete riserve di danaro“.

“Siamo confidenti- dichiara Paolo Cervetti, ad di Funivie– che gli enti coinvolti, sapranno trovare una soluzione per garantire un servizio pubblico che da 100 anni elimina più di 125 camion al giorno dalle strade.” 

Chiedo a Castellani se, in un contesto di ‘Crisi complessa’ come Savona, abbia senso bloccare il contributi :“La perdita di 600 posti per un’area come Savona sarebbe una catastrofe.Vogliamo sapere da Toninelli cosa vuole fare della filiera del carbone – risponde – se pensa che sia brutto e cattivo lo deve dire e deve assumersi le sue responsabilità, ma io credo che lo stop ai contributi sia soprattutto un fatto burocratico e non ideologico, che richiede una scelta politica. Abbiamo chiesto un incontro con il ministro, ma per ora abbiamo avuto solo contatti con funzionari. Anche perché ben due sottosegretari ai trasporti, Siri e Rixi, sono stati spazzati via da vicende giudiziarie… “

FASCISMO A SAVONA : LA RESA DELLA MEMORIA E QUELLA DELLO STATO

Settantacinque dopo, il forte di Madonna degli Angeli, sopra Savona, è ancora un luogo da incubo. Si vedono scale di ferro che portano a labirinti senza uscita, celle e camminamenti pieni di fantasmi e torrette vuote, come lebandiere che, col fascismo, promettevano gli imperi d’oltremare. Oggi, i custodi del forte degli angeli, sono demoni notturni che animano riti spettrali basati sulla droga e sul sesso a pagamento, narrati sulle vecchie mura da graffiti e frasi in codice.Nel piazzale più grande, assediato dai rovi, il muro dell’esecuzione, rimbomba ancora dei colpi  che il 27 dicembre del 43 spensero la vita di sette uomini. Uno di loro era l’avvocato Cristoforo Astengo, eroe della prima guerra mondiale e amico di Pertini. “L’ultima cosa che hanno visto i condannati è stata quel muro-  racconta lo storico Giuseppe Milazzo che ad Astengo ha dedicato una documentatissima biografia – Prelevati all’alba dal carcere di Marassi a Genova, processati in fretta e furia da un tribunale militare e condannati a morte, furono caricati su un camion e portati al forte ammanettati mani e piedi. Poi vennero fatti scendere e costretti a voltare le spalle al plotone di esecuzione per essere fucilati come traditori. Cristoforo Astengo , che durante la prima guerra mondiale si era guadagnato due medaglieal valore, all’ultimo momento si voltò per guardare la morte in faccia come aveva sempre fatto sui campi di battaglia”. La strage di Madonna degli Angeli , fu una rappresaglia per una bomba , scagliata pochi giorni prima in un’osteria di Savona, frequentata dai nazifascisti. Aveva causato 7 morti tra cui due donne. I fucilati a Madonna degli Angeli , tutti in carcere come antifascisti , non c’entravano nulla con l’attentato , ma occorrevano dei capri espiatori. “Cristoforo Astengo è il personaggio piu illustre dell’antifascimo savonese – aggiunge Giuseppe Milazzo – fu il maestro politico di Pertini che ospitò a lungo a casa sua ed era amico anche di Ferruccio Parri. Apparteneva a una famiglia di industriali, aveva uno studio da avvocato, e avrebbe potuto, come molti, farsi solo gli affari suoi. Pagò un prezzo altissimo alla sua opposizione al fascismo  : perse quasi tutti i clienti, gli devastarono lo studio ( nello stesso momento in cui devastarono quello di Pertini) e, prima di essere arrestato, fu picchiato in pubblico, vicino al municipio.” 75 anni dopo, nella prima metà di settembre, la lapide che ricordava le vittime della “strage di Natale” è stata fatta a pezzi, ma prima di essere materialmente distrutta dal martello di qualche webete in camicia nera, era forse già stata incrinata come dozzine di altre lapidi da chi da anni sta demolendo memoria della democrazia in Italia : Gianfranco Fini, che vedeva  nel Duce era “il più grande statista italiano”, Berlusconi convinto che Mussolini non avesse “ucciso nessuno” e che il confino fosse “una vacanza”, Roberta Lombardi che del fascismo apprezzava il“forte senso di comunità” Matteo Salvini, per cui il fascismo  al netto delle leggi razziali, “ha fatto tante cose buone” . Va detto però che le autorità di Savona hanno risposto senza esitazioni all’oltraggio contro la città medaglia d’oro della Resistenza. Il 27 settembre la maggioranza partorisce un comunicato all’acqua di rose in cui si condannava alla lapide come un qualsiasi atto di vandalismo, corretto in corner grazie alle proteste dell’opposizione, poi, sabato 6 ottobre , una cerimonia al “Campo dei Valorosi” di Zinola, in cui la sindaca di Savona , Ilaria Caprioglio e il prefetto, hanno reso omaggio a una lapide che annovera fra i “Valorosi Caduti della Seconda Guerra Mondiale” anche le “CAMICIE NERE”…Sulla terrazza di una antica magione savonese, davanti alle scheggie della lapide distrutta che ricordava suo zio, ho chiesto a Balduino Astengo, carabiniere in pensione, cosa pensi della cerimonia di Zinola . “ Userò una frase di Einstein – ha risposto– ‘ci sono due cose che possono  dirsi infinite :  l’universo e la stupidita’ umana. Sull’universo – diceva Einstein – mi restano dei dubbi”. Il 27 questo mese una manifestazione antifascista risponderà alla distruzione della lapide e va detto che in questo caso la presenza dello Stato sarà meno distratta : il corteo non potrà seguire il percorso tradizionale del 25 aprile, perché in Via S.Lorenzo è stata aperta una sede di Casa Pound e quindi la libertà di tutti deve fare un passo indietro.

 

 

PONTE DI GENOVA : I COLORI DEL SILENZIO

La velocità con cui, rubando il mestiere ai  magistrati, i Benetton sono stati additati come i colpevoli della catastrofe di Genova, conferma l’unico tipo di dinamismo mostrato sino ad oggi, dal “Governo del Cambiamento” : la ricerca immediata di un capro espiatorio, dall’”invasione dei migranti” al “complotto dei mercati”.  Continua la lettura di PONTE DI GENOVA : I COLORI DEL SILENZIO

Le navi nere di Claudio Carrieri e la ‘scomunica’ di Salvini.

Figure umane nell’acqua, con le braccia alzate . Sembra che danzino, ma in realtà ‘si arrendono’ ai pesci, urlando con gli occhi, perché il mare gli sta già rubando il respiro. E’ l’ultimo quadro di Claudio Carrieri, un artista savonese di chiara fama, che alla “stagione dei naufragi” ha dedicato dozzine di opere. Nei giorni in cui Famiglia Cristiana (cioè la Chiesa…) , scomunica senza ‘se’ e senza ‘ma’, le crociate di Salvini, le navi nere di Carrieri , fatte di chiodi, viti, latta, pezzi di legno e fili di ferro, evocano le “crociere” dei migranti, come relitti o ‘souvenir’ di catastrofi cosi’ numerose che sono ormai senza nome e senza data. Il prototipo di tutti è forse un relitto vero, una motovedetta lunga 21 metri, costruita dai sovietici negli anni 50 e ceduta negli anni ’70 alla marina albanese, che oggi è conservata nel porto di Otranto. Si chiamava Kater i Rades (“Quattro in rada”).

Il 28 marzo del 1997 , speronata incidentalmente dalla corvetta italiana Sibilia, nel corso di uno dei primi “respingimenti in mare”, colava a picco con 105 persone a bordo. Fuggivano dalla guerra civile in Albania e tra loro c’erano molte donne e molti bambini. Ricordo che sulle colline di Valona filmai il piccolo cimitero dove vennero raccolti tutti insieme i corpi recuperati ( due terzi… ) ma il servizio non andò mai in onda… In Parlamento Irene Pivetti e la Lega tuonavano già chiedendo che “si sparasse agli scafisti”.Le navi nere di Carrieri oggi evocano quel relitto e altre centinaia di relitti, ma trasmettono un’emozione ‘innocente’, senza giudizio, come tristi giocattoli , nati dal ricordo di un bambino, di qualcuno che, 20 anni dopo, riviva la stagione dei naufragi .Appese come lampade votive, al soffitto di alche cattedrale, oggi potrebbero ricordare al Ministro dei Rosari e dei Crocifissi, al Papà del Viminale, al politico che si veste da Re Magio, che i carichi di carne umana in arrivo dalla Libia meritano un po’ di umana pietà, visto che la “pacchia” era già finita nei paesi di origine.