Roccavignale (Savona) : produrre cibo per resistere alla crisi

Fa un freddo porco e la neve comincia a stringere la sua morsa anche sulla Valbormida. Sulle curve della Torino-Savona i tir rallentano e le cabine evaporano imprecazioni perché, da un momento all’altro, l’autostrada può diventare una trappola.  Sulle alture di Roccavignale, incurante del vento e con un cappello di pelliccia alla Davy Crockett,  Renato Agosto, meccanico in pensione, si erge come un’eroe del west su un fondale di boschi imbiancati e di mura medievali sopravvissute alle truppe di Napoleone. In mano stringe la trottola di legno che ha appena tornito, la lancia su una tavola, la recupera al volo e continua a farla girare sul cucchiaio che stringe fra i denti. Renato è il “Trottolaio” di Roccavignale , il custode di una tradizione che si perde nei secoli. “La rotazione dura sino a due minuti – spiega – ma dipende dalla qualità della punta. Quando ero giovane era ricavata dalla testa di acciaio delle pallottole del moschetto. Nelle sfide fra ragazzi, vinceva chi riusciva a con la punta a spaccare la trottola dell’avversario, ma oggi sono pochissimi i giovani che sanno usarla” Rilanciata, da Renzo Gandolfo, morto l’anno scorso, questa tradizione millenaria è entrata nel 1996 nel Guinness dei primati, con una trottola gigante, pesante quasi 3 quintali, che roteò per 26 minuti.Un facsimile, istallato davanti al municipio, ricorda l’evento ma allunde, involontariamente, anche alle giravolte e ai capricci dell’economia che, oggi, colloca anche Roccavignale nella cosidetta “Area di crisi industriale complessa”, insieme ad altri 21 comuni della provincia di Savona. Le tracce di questo sisma economico sono poco lontane dal centro. Amedeo Fracchia, il sindaco, ci mostra un capannone abbandonato da 5 anni: Qui c’era uno dei piu’ grandi impianti per la sabbiatura industriale – dice-carpenterie metalliche enormi, come quelle delle centrali elettriche, venivano smontate, sabbiate , riverniciate e rimesse a nuovo”. Una coltre di sabbia grigia copre i pavimenti e si accumula in una fossa rettangolare al centro del capannone. “Era una sabbia molto dura – spiega Fracchia–  che, sparata ad altissima pressione, veniva usata per ripulire i metalli dalle scorie e dalla ruggine. Qui lavoravano per Ansaldo, Finmeccanica e soprattutto per la centrale di Vado , la Tirreno Power … Quando i grandi clienti, come Tirreno Power, sono entrati in crisi, hanno dovuto chiudere. La Salpa è stata l’azienda piu grande che ha chiuso a  Roccavignale. Aveva 75 dipendenti. Tanti per una realtà come la nostra che ha 760 abitanti. La prima sensazione fu lo sgomento, poi il fatto che la ditta avesse alle spalle una famiglia benestante ha permesso di chiudere evitando il fallimento, di rivendere le attrezzature e di dare alle persone il tempo di ricollocarsi sul territorio”. Un altro capannone, ancora più grande (3500 mq) ci viene mostrato da Armando Caneto : “ Qui c’era tutto alluminio. Anodizzavo e vendevo 1600 quintali di alluminio al mese, ma con il collasso del mercato edilizio è crollato anche quello dei serramenti. Costruzioni nuove non ce ne sono. Oggi gli appartamenti sono tutti vecchi e magari hanno serramenti di 30 anni. Di tutti i clienti che servivo, da Sestri Levante a Marsiglia, 200 o 280 clienti, ne saran rimasti una ventina. L’impianto di anodizzazione oggi lavora solo per i pistoncini dei freni e le pompe delle macchine ma, come serramenti, non anodizziamo piu’ neanche una bara..”

Armando è un patriarca dell’industria che, prima di arrivare a 83 anni, ha aperto 23 aziende, in Italia, Tunisia e Romania, e oggi rimpiange di non avere abbastanza “cose da fare”. Figlio di genitori poverissimi, ha iniziato a lavorare a 13 anni, sgobbando 6 anni gratis, per imparare un mestiere.”. “I miei figli non mi hanno seguito – dice– e ho dovuto abbandonare tutte le attività che avevo: vasi da fiori, trivellazioni, alzacristalli per la Fiat… Ho fatto le cose più incredibili ! Non per i soldi, ma per la soddisfazione di creare qualcosa di buono che serva anche altre persone. Qui non vengo mai perche’ mi sento male. Qui a sinistra – dice indicando il cuore– c’è quell’affare che batte e che forse comincia a dare dei problemi, perche’ aver lavorato una vita per vedere tutto andare a catafascio e’ una cosa che uno non si puo’ spiegare. Pensi che per questo capannone vuoto pago 50.000 euro di imu all’anno ! “ A fianco dei capannoni abbandonati non manca chi cerca di resistere. Valentina Genta combina i pearcing e la grazia delle donne che lavorano nella moda o nella finanza, con una rozza divisa da metalmeccanico e guanti sporchi di vernice. Lavorava alla Salpa come impiegata e quando la ditta ha chiuso, nel 2015, ha aperto col marito una piccola azienda che fa sabbiature e verniciature e dà lavoro ad altri due addetti. Il momento più drammatico è stato quando ce l’han detto – acconta –non ce lo aspettavamo. Hanno iniziato a lasciar la gente in cassa integrazione , poi ci hanno chiamato , ci hanno fatto sedere ci han detto ‘ragazzi purtroppo chiudiamo’. All’epoca ero nubile e vivevo con i miei genitori. Di fame non sarei morta, ma per chi aveva famiglia e un solo stipendio è stata dura. Alcuni hanno ritrovato un lavoro solo dopo 3 anni. Le aziende chiudevano, nessuno assumeva. Io ho fatto domande dappertutto, dai supermercati ai negozi, alle pulizie e non trovavo nulla. Poi, mi sono sposata e con mio marito abbiamo deciso di investire liquidazione e risparmi e di metterci in proprio. Ci è andata bene. Del resto io preferisco il lavoro manuale. Mi pesava star tutto il giorno alla scrivania”. Faceva l’operaio anche Alessio Armandi ( 28 anni ) che un anno fa ha deciso di riattivare il forno a legna del nonno e fare il panettiere. Gli occorrono tre ore per portare il forno alla temperatura giusta a cui va aggiunto il tempo per distribuire il pane nei paesi, ma il prodotto, che sembra uscito da un film di Olmi, vale la fatica. Nella fase di ‘transizione’ da un lavoro all’altro Alessio dormiva due ore per notte : tolta la tuta metteva il grembiule da fornaio e quando parla del nonno non riesce a nascondere l’emozione  :“ È morto proprio qui, mentre lavorava – dice– la ‘spadina’  (la pala di legno per infornare ndr ) è la stessa che usava lui. Il forno lo aveva costruito un francese oltre 100 fa”.  Sulla collina di Roccavignale, una panchina gigantesca creata  da Chris Bangle, il designer delle Bmw che ha scelto di vivere nelle le Langhe a un’ora da qui,  permette di sedersi in gruppo, come bambini in gita, e contemplare un paesaggio che l’anno scorso hanno attirato qui anche una troupe giapponese, ma i boschi, che si arrampicano sino a 1000 metri, pochi anni fa erano in gran parte campi coltivati . La campagna l’abbiamo lasciata andare – dice Renato Agosto– i nostri antenati coltivavano anche pezzi di terra di 5 metri. Spesso, quando vado a funghi, scopro ancora tracce dei campi e mi dico ‘toh, qui una volta coltivavano’. Il problema è che abbiamo viziato i giovani, e la colpa è della mia generazione e ancor più di quella successiva . Sin che ci siamo noi pensionati , si va avanti, quando noi ci saremo più non so cosa faranno i miei nipoti ”.  Non ha rimpianti Armando Caneto : “Una volta mio figlio è arrivato alle 8 e un minuto – racconta- l’ho rimandato a casa davanti a tutti e lui giustamente ha detto a un suo amico : ‘con mio padre non si puo’ lavorare perche’ e’ un dittatore!’, e io gli ho detto: ‘va bene io saro’ un dittatore, ma se te mangi e hai del benessere e’ grazie a questo dittatore! Perchè se te non ti dai da fare come si deve, nella vita andrai a fare il dipendente e se ti daranno dei calci nel sedere li prenderai tutti !”. Chi non sembra aver bisogno di calci nel sedere è Alessio Fracchia (22 anni) Dopo aver inseguito il pallone per 10 anni –  è presidente dei tifosi juventini del paese –  oggi segue le api nelle loro migrazioni stagionali e produce miele insieme ad altri due ragazzi. “ Dopo un corso da apicultore a Savona , ho iniziato con 10 sciami e ora ne ho 150. Vendo al dettaglio nei negozi , oppure in fusti a cooperative o aziende che usano miele in grandi quantità ”. Gli chiedo se non soffra la solitudine ,  ma risponde che gli piace stare all’aria aperta e che non cambierebbe mai il suo lavoro per un posto in fabbrica, anche perché il progetto è in crescita. Per promuovere la produzione di cibo che sembra uno dei pocchi settori in espansione in Liguria , il comune ha assegnato la De.Co – la Denominazione Comunale di Origine – sia al miele di Alessio che alle cipolle ripiene di Manfredina Ghisolfo. A 85 anni, la titolare della formula, accetta di rivelarla alla telecamera di Mario Molinari e a due giovani cuoche , Paola ed Eleonora, che hanno aperto una gastronomiaa Millesimo, il paese contiguo. Entrambe vengono da altri mestieri: una faceva la cameriera e l’altra l’operaia. Dopo aver pagato un prezzo altissimo all’industrializzazione – basti pensare ai veleni dell’Acna di Cengio – la Valbormida sta lentamente tornando alla risorsa principale di una delle più grandi macchie verdi d’Europa : la produzione di alimenti. Anche il sindaco di Roccavignale, ci crede , al punto che, insieme a due soci , ha investito sul vino destinando  22000 metri quadrati ( che diventeranno 60.000 ) alla produzione di granaccia e di scimimiscià, nome dialettale che vuol dire “cimiciato”, ossia puntinato, per la presenza di piccoli segni sugli acini simili a quelli lasciati dalle cimici Rischi ? – dice Fracchia – beh sono la grandine , le infezioni e la possibilità che non si trovi la manod’opera per la vendemmia. Ci vorranno 20 persone. Quest’anno abbiamo raccolto 38 quintali di uva in una giornata lavorando insieme : soci, dipendenti e pensionati pagati con i vaucher . Diventerà il più grande vigneto della Valbormida e se andrà bene ci saranno dei giovani che seguiranno la stessa strada “

 

 

 

 

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