Murialdo. Ritorno alla terra : gli operai-agricoltori della ValBormida

Il Museo “C’era una volta“ di Riofreddo a Murialdo, in provincia di Savona, è uno dei centri di documentazione etnografica più interessanti del nord Italia e meriterebbe una visita solo per l’odore di legno, di vino, di olio e farina, che emana dai suoi oggetti. Nato dalla passione degli abitanti di Murialdo, per la loro storia, il “museo spontaneo” raccoglie attrezzi di ogni tipo : dalle lampade ad acetilene che illuminavano il lavoro nella miniera di grafite, alle zangole per fare il burro. Alcuni arnesi , come le “ressie”, le seghe da boscaiolo, o i “graffi”, i ramponi per salire sugli alberi, raccontano un passato basato sulla fatica, ma anche su un rapporto diretto con la natura che, oggi, in qualche modo, rinasce proprio dalla sconfitta dell’industria, rendendo questa valle un posto unico per chi ami la campagna. “E’ un lavoro pesante e pericoloso fare il taglialegna – dice Riccardo Righelloche ha 45 anni e due figli di 9 e 12 anni – sei solo nei boschi con la motosega e bisogna avere esperienza. Io, per fortuna, ho imparato da mio suocero,  ma ho dovuto inventarmi un mercato e affrontare i costi dell’attrezzatura”. Sei anni fa, Riccardo era uno dei 50 dipendenti della cartiera di Murialdo che, fallita nel 2012, oggi è una carcassa di cemento assediata dai rovi . Dopo averci lavorato per 20 anni, Riccardo,ha dovuto reinventarsi un lavoro e insieme ad altri ex-operai ha scelto di tornare alla terra o meglio ai boschi “Dopo la chiusura della cartiera di Murialdo ho lavorato un anno a quella  di Ferrania – racconta – Mi hanno assunto, ma mi son trovato male. Così me ne sono andato e ho iniziato questo lavoro. Faccio legna da ardere e pali di castagno per sostenere le reti antigrandine dei frutteti e li vendo soprattutto in Piemonte“. Gli chiedo se gli manchi il lavoro di  fabbrica“Certo- risponde– ti dava una tranquillità. Qui, quando il cliente ordina il prodotto, devi farlo con qualunque tempo : caldo, freddo o pioggia, ma non tornerei indietro. Gli ultimi 10 anni alla cartiera, sono stati durissimi. Poca sicurezza. Dal tetto ci pioveva in testa. Era un disastro”. Nella frazione di Caragna, la telecamera di Mario Molinari inquadra una serie di piccole zucche coloratissime, con una varietà di forme illimitata. Vede queste gialle ? – dice Daniele Siri – se prendo i semi di questa e li pianto, ne verrà una versione ancora diversa. Si creano degli incroci incredibili. Le zucche rosse sono le più ricercate. Queste, bianche, le chiamano ‘dischi volanti’ forse perché evocano i film sugli alieni. All’ultima fiera di Calizzano andavano letteralmente a ruba. Avrei potuto venderne tre volte tante” Daniele, 34 anni, è fra gli ex-operai della cartiera, uno dei più giovani. Dopo la chiusura della fabbrica, ha cercato lavoro in tutta la ValBormida, ma nessuno l’ha chiamato, così ha deciso di creare uno nuovo, a partire dall’orto di famiglia : coltiva piante ornamentali e zucche da esposizione, realizzando un’agricoltura dell’allegria che, combinando estetica e tradizione, può cambiare l’umore di una casa, di una vetrina o di uno showroom, con opere d’arte naturali e a basso costo. Il campo che le produce, nel 2016 venne allagato dalla piena del Bormida e i massi lasciati dal fiume erano così’ grossi che per rimuoverli ci volle il trattore .“ Qui intorno – racconta Daniele– è pieno di terreni abbandonati. I campi piu’ vicini al fiume, come il mio , resistono, ma se devi portar su l’acqua e non puoi lavorare con le macchine, nessuno se ne occupa. Tanti campi che a catasto son classificati come ‘prati’, ora sono pieni di alberi!”. Anche Massimo Odella lavorava per la cartiera. Faceva l’ elettricista per una ditta esterna, ma oggi, lavorando col fratello, taglia 150 quintali di legna al giorno : castagno per le vigne, legna da ardere e legname da cantieri. “Mi è sempre piaciuto fare l’elettricista – dice– ma poi è andata male. Questo lavoro è duro, ma per chi ama la natura è anche bello. Però è difficile trovare giovani che vogliano farlo ”. Rientra in questo processo di mutazione anche Gabriele Vignolo di Cairo Montenotte, sempre in ValBormida. Per 20 anni ha lavorato come ottico in un negozio, poi ha puntato tutto sull’agricoltura biodinamica. Oggi produce piante officinali come il timo, la santoreggia o la nèpeta, usati come condimento, oppure l’assenzio per aromatizzare gli alcoolici e la lavanda .“Una signora mi compra l’olio essenziale per fare un budino alla lavanda – racconta Gabriele– ne mette due gocce nell’impasto per profumarlo. Ho sempre creduto nel mondo agricolo. I miei lavoravano in fabbrica, e proprio dalle loro vite ho capito che non può esserci solo quel mondo. Io e mia moglie vogliamo mostrare che la natura può garantire delle isole felici anche in un territorio come questo” . La “Casa Rossa” di Gabriele funziona anche come fattoria didattica e gli oggetti più strepitosi che costruisce con i bambini – vere e proprie opere d’arte – sono i cosidetti “bug hotel” : casette di legno e pigne, costruite , direbbero i Sovranisti, per “aiutare gli insetti a casa loro”, cioè per  attirare gli insetti “buoni”, come i pronubi, i bombi , le api solitarie, che aiutano l’agricoltore sia con l’impollinazione, sia perché mangiano gli àfidi, i parassiti che aggrediscono le piante. Pare i bambini si divertano un sacco a costruirle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FASCISMO A SAVONA : LA RESA DELLA MEMORIA E QUELLA DELLO STATO

Settantacinque dopo, il forte di Madonna degli Angeli, sopra Savona, è ancora un luogo da incubo. Si vedono scale di ferro che portano a labirinti senza uscita, celle e camminamenti pieni di fantasmi e torrette vuote, come lebandiere che, col fascismo, promettevano gli imperi d’oltremare. Oggi, i custodi del forte degli angeli, sono demoni notturni che animano riti spettrali basati sulla droga e sul sesso a pagamento, narrati sulle vecchie mura da graffiti e frasi in codice.Nel piazzale più grande, assediato dai rovi, il muro dell’esecuzione, rimbomba ancora dei colpi  che il 27 dicembre del 43 spensero la vita di sette uomini. Uno di loro era l’avvocato Cristoforo Astengo, eroe della prima guerra mondiale e amico di Pertini. “L’ultima cosa che hanno visto i condannati è stata quel muro-  racconta lo storico Giuseppe Milazzo che ad Astengo ha dedicato una documentatissima biografia – Prelevati all’alba dal carcere di Marassi a Genova, processati in fretta e furia da un tribunale militare e condannati a morte, furono caricati su un camion e portati al forte ammanettati mani e piedi. Poi vennero fatti scendere e costretti a voltare le spalle al plotone di esecuzione per essere fucilati come traditori. Cristoforo Astengo , che durante la prima guerra mondiale si era guadagnato due medaglieal valore, all’ultimo momento si voltò per guardare la morte in faccia come aveva sempre fatto sui campi di battaglia”. La strage di Madonna degli Angeli , fu una rappresaglia per una bomba , scagliata pochi giorni prima in un’osteria di Savona, frequentata dai nazifascisti. Aveva causato 7 morti tra cui due donne. I fucilati a Madonna degli Angeli , tutti in carcere come antifascisti , non c’entravano nulla con l’attentato , ma occorrevano dei capri espiatori. “Cristoforo Astengo è il personaggio piu illustre dell’antifascimo savonese – aggiunge Giuseppe Milazzo – fu il maestro politico di Pertini che ospitò a lungo a casa sua ed era amico anche di Ferruccio Parri. Apparteneva a una famiglia di industriali, aveva uno studio da avvocato, e avrebbe potuto, come molti, farsi solo gli affari suoi. Pagò un prezzo altissimo alla sua opposizione al fascismo  : perse quasi tutti i clienti, gli devastarono lo studio ( nello stesso momento in cui devastarono quello di Pertini) e, prima di essere arrestato, fu picchiato in pubblico, vicino al municipio.” 75 anni dopo, nella prima metà di settembre, la lapide che ricordava le vittime della “strage di Natale” è stata fatta a pezzi, ma prima di essere materialmente distrutta dal martello di qualche webete in camicia nera, era forse già stata incrinata come dozzine di altre lapidi da chi da anni sta demolendo memoria della democrazia in Italia : Gianfranco Fini, che vedeva  nel Duce era “il più grande statista italiano”, Berlusconi convinto che Mussolini non avesse “ucciso nessuno” e che il confino fosse “una vacanza”, Roberta Lombardi che del fascismo apprezzava il“forte senso di comunità” Matteo Salvini, per cui il fascismo  al netto delle leggi razziali, “ha fatto tante cose buone” . Va detto però che le autorità di Savona hanno risposto senza esitazioni all’oltraggio contro la città medaglia d’oro della Resistenza. Il 27 settembre la maggioranza partorisce un comunicato all’acqua di rose in cui si condannava alla lapide come un qualsiasi atto di vandalismo, corretto in corner grazie alle proteste dell’opposizione, poi, sabato 6 ottobre , una cerimonia al “Campo dei Valorosi” di Zinola, in cui la sindaca di Savona , Ilaria Caprioglio e il prefetto, hanno reso omaggio a una lapide che annovera fra i “Valorosi Caduti della Seconda Guerra Mondiale” anche le “CAMICIE NERE”…Sulla terrazza di una antica magione savonese, davanti alle scheggie della lapide distrutta che ricordava suo zio, ho chiesto a Balduino Astengo, carabiniere in pensione, cosa pensi della cerimonia di Zinola . “ Userò una frase di Einstein – ha risposto– ‘ci sono due cose che possono  dirsi infinite :  l’universo e la stupidita’ umana. Sull’universo – diceva Einstein – mi restano dei dubbi”. Il 27 questo mese una manifestazione antifascista risponderà alla distruzione della lapide e va detto che in questo caso la presenza dello Stato sarà meno distratta : il corteo non potrà seguire il percorso tradizionale del 25 aprile, perché in Via S.Lorenzo è stata aperta una sede di Casa Pound e quindi la libertà di tutti deve fare un passo indietro.

 

 

Murialdo (Savona) : quando l’integrazione è intelligente funziona .

C’è una trebbiatrice a vapore che esplode investendo due contadini, un muratore che vola giù da un’impalcatura, e un camion che precipita in un fossato. In provincia di Savona, sulle pareti del santuario della Madonna del Deserto, nei boschi fra Murialdo e Millesimo, si affollano dozzine di piccoli quadri, come fotogrammi di un unico docufilm. In alto a destra di ogni scena, c’è la Madonna che, seduta su una nuvola, dirotta il destino salvando la vita del comittente. Sono gli ex-voto dipinti a olio, nella prima metà del ‘900 da Carlo Leone Gallo, un pittore di Cairo che raccontava miracoli con la stessa vivacità delle cronache disegnate da Beltrame per “La Domenica del Corriere” .“Gallo era un pittore vero – spiega il prof.Luigi Ferrando, che insieme a Cesare Garelli, ha salvato e restaurato 59 opere di Gallo– ma era povero e gli ex-voto erano anche un’attività per campare. Prima di dipingere, ricostruiva la situazione, con l’accuratezza di un cronista. In un episodio della prima guerra mondiale, doveva mostrare come un soldato fosse miracolosamente sopravvissuto all’esplosione della mitragliatrice. Usando una sedia per simulare la mitragliatrice, gli chiese di assumere la postura esatta al momento dello scoppio. Quando poteva, si recava sul posto con un taccuino, faceva schizzi e intervistava tutte le persone coinvolte nell’evento”. L’industrializzazione della ValBormida ai primi del ‘900, quando l’esplosivo prodotto a Ferrania veniva venduto anche ai russi, moltiplicò anche i miracoli connessi a incidenti sul lavoro. Tra gli ex-voto, vediamo un carrello delle ferrovie che investe due operai e un altro operaio travolto da un vagonetto carico di carbone della funivia Savona-Cairo Montenotte ( la più vecchia d’Europa ) tutt’ora in funzione. Se oggi c’è chi rischia la vita per la vertigine di un selfie, durante la guerra era prova di virilità saltare su un vagonetto carico di carbone, buttarne giù qualche chilo, perché la mamma si scaldasse e quindi saltare a terra, prima di finire negli ingranaggi della stazione di arrivo. Diversi quadri raccontano miracoli connessi alle migrazioni. Migrazioni armate, quando gli italiani (compreso Gallo) sparavano sui guerriglieri libici come il “miracolato” Cirione Giovanni, da Roccavignale , che nel 1911 scampò al piombo degli infedeli, e migrazioni pacifiche, come quando Lorenzo Accame, migrante di Carbuta, si salvò da un naufragio nel 1914, al ritorno dalle Americhe.Chiara Pescio, la volontaria che, oltre a suonare lo splendido organo del santuario ne cura il sito web, mostra una madonna scolpita. “ Questa statua – dice –è stata realizzata nel 1908 come ex-voto dalla famiglia Cravea di Murialdo. Era emigrata in America, ha fatto fortuna e l’ha donata come ringraziamento e come ricordo delle origini italiane. Ogni anno per portarla in processione occorrono otto persone”. A 10 minuti di auto dall’eremo, a Murialdo, un gruppo di migranti sta scrivendo con gli abitanti del paese l’ultimo capitolo di questa storia. Mentre Godwin, il nigeriano taglia l’erba del cimitero, Ibrahim racconta la sua storia . “ Ho 30 anni e vengo dal Sierra Leone. Durante la guerra civile, quando ero molto piccolo, i ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario Unito ndr) hanno ucciso mio padre davanti a me. Perché ? Non lo so. I ribelli uccidevano persone innocenti. Uccidevano e bruciavano le case. Hanno tirato fuori mio padre e gli hanno sparato davanti a me e a mia madre. Siamo scappati in campagna, ma anche lì hanno ricominciato a bombardare e noi a scappare. Non c’era un posto dove potersi fermare. Quattro anni fa l’epidemia di Ebola si è presa mia madre, e questo mi ha gettato nella disperazione. Era molto difficile per me. Vedevo gente che moriva ovunque. La mia vita era in pericolo e sono scappato. Prima in Libia e poi in  Algeria, ma anche lì era difficile. Così sono tornato in Libia e due anni fa mi sono imbarcato per l’Italia”. Fra Murialdo, Savona e Cairo, con Mario Molinari, filmiamo altri del gruppo che puliscono le strade o lavorano nei campi. Per ora hanno contratti di 4/6 mesi a 400 euro al mese, ma la prospettiva, se lavorano bene, è l’assunzione. A Murialdo, si sono inseriti senza problemi, grazie anche alla politica intelligente del comune che gli ha permesso di apprendere diversi mestieri.Con il vicinato i rapporti sono più che cordiali. Quando una donna ha perso il marito in un incidente stradale, i migranti sono stati i primi a offrirle aiuto. L’uomo che li ospita si chiama Giampiero Icardi. Nel 2012 era il portavoce degli operai della cartiera di Murialdo, che fallì togliendo il lavoro a 50 persone “ Ero in mobilità e non riuscivo a trovare lavoro – racconta –c’era un momento di emergenza in Italia per l’arrivo dei migranti, così sono andato in Prefettura e gli ho detto che mettevo a disposizione la casa, se mi avessero aiutato a lavorare nei quattro anni che mi separano dalla pensione. Così ho affittato a Cooperarci la cooperativa a cui sono affidati i migranti. Dopo 33 anni in fabbrica è un’esperienza del tutto nuova e interessantissima. Gli ho insegnato a usare un sacco di attrezzi. Per due anni hanno fatto volontariato presso il comune di Murialdo, curando il verde, pulendo le cunette, dando il bianco , aiutando il comune senza pesare sul bilancio, poi, pian piano sono stati inseriti in vari progetti Sprar : chi fa il muratore, chi il saldatore, chi il meccanico, chi il boscaiolo e così, piano piano, si stanno inserendo tutti” .  “ Appena arrivati Giampiero ci ha proposto di fare del volontariato presso il  Comune – racconta Fofana, fuggito dalla Costa d’Avorio perché minacciato di morte da un capo militare – all’inizio non capivo, ma lui ci ha spiegato che in questo modo il paese ci avrebbe conosciuto e poi aiutato. E così è stato.Mi mancano i bambini, ma sono contento di essere qui”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

è una trebbiatrice a vapore che esplode investendo due contadini, un muratore che vola giù da un’impalcatura, e un camion che precipita in un fossato. Sulle pareti del santuario della Madonna del Deserto, nei boschi fra Murialdo e Millesimo, in provincia di Savona, si affollano dozzine di piccoli quadri, come fotogrammi di un unico docufilm. In alto a destra di ogni scena, c’è la Madonna che, seduta su una nuvola, dirotta il destino salvando la vita del comittente. Sono gli ex-voto dipinti a olio, nella prima metà del ‘900 da Carlo Leone Gallo, un pittore di Cairo che raccontava miracoli con la stessa vivacità delle cronache disegnate da Beltrame per “La Domenica del Corriere”  . “Gallo era un pittore vero – spiega il prof.Luigi Ferrando, che insieme a Cesare Garelli, ha salvato e restaurato 59 opere di Gallo– ma era povero e gli ex-voto erano anche un’attività per campare. Prima di dipingere, ricostruiva la situazione, con l’accuratezza di un cronista. In un episodio della prima guerra mondiale, doveva mostrare come un soldato fosse miracolosamente sopravvissuto all’esplosione della mitragliatrice. Usando una sedia per simulare la mitragliatrice, gli chiese di assumere la postura esatta al momento dello scoppio. Quando poteva, si recava sul posto con un taccuino, faceva schizzi e intervistava tutte le persone coinvolte nell’evento”. L’industrializzazione della ValBormida ai primi del ‘900, quando l’esplosivo prodotto a Ferrania veniva venduto anche ai russi, moltiplicò anche i miracoli connessi a incidenti sul lavoro. Tra gli ex-voto vediamo un carrello delle ferrovie che investe due operai e un altro operaio travolto da un vagonetto carico di carbone della funivia Savona-Cairo Montenotte ( la più vecchia d’Europa ) tutt’ora in funzione. Se oggi c’è chi rischia la vita per la vertigine di un selfie, durante la guerra era prova di virilità saltare su un vagonetto carico di carbone, buttarne giù qualche chilo, perché la mamma si scaldasse e quindi saltare a terra, prima di finire negli ingranaggi della stazione di arrivo. Diversi quadri raccontano miracoli connessi alle migrazioni. Migrazioni armate quando gli italiani (compreso Gallo) sparavano sui guerriglieri libici come Cirione Giovanni, da Roccavignale , che nel 1911 scampò al piombo degli infedeli, e migrazioni pacifiche, come quando il migrante Lorenzo Accame, di Carbuta, si salvò da un naufragio nel 1914, al ritorno dalle Americhe. Chiara Pescio, la volontaria che, oltre a suonare lo splendido organo del santuario ne cura il sito web, mostra una madonna scolpita. “ Questa statua – dice –è stata realizzata nel 1908 come ex-voto dalla famiglia Cravea di Murialdo che era emigrata in America e ha fatto fortuna e l’ha donata come ringraziamento e come ricordo delle origini italiane. Ogni anno per portarla in processione occorrono otto persone”.  A 10 minuti di auto dall’eremo, a Murialdo, un gruppo di migranti sta scrivendo con gli abitanti del paese l’ultimo capitolo di questa storia. Mentre Godwin, il nigeriano taglia l’erba del cimitero, Ibrahim racconta la sua storia .“ Ho 30 anni e vengo dal Sierra Leone. Durante la guerra civile, quando ero molto piccolo, i ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario Unito ndr) hanno ucciso mio padre davanti a me. Perché ? Non lo so. I ribelli uccidevano persone innocenti. Uccidevano e bruciavano le case. Hanno tirato fuori mio padre e gli hanno sparato davanti a me e a mia madre. Siamo scappati in campagna, ma anche lì hanno ricominciato a bombardare e noi a scappare. Non c’era un posto dove potersi fermare. Quattro anni fa l’epidemia di Ebola si è presa mia madre, e questo mi ha gettato nella disperazione. Era molto difficile per me. Vedevo gente che moriva ovunque. La mia vita era in pericolo e sono scappato. Prima in Libia e poi in Algeria, ma anche lì era difficile. Così sono tornato in Libia e due anni fa mi sono imbarcato per l’Italia”.

Fra Murialdo, Savona e Cairo, con Mario Molinari, filmiamo altri del gruppo che puliscono le strade o lavorano nei campi. Per ora hanno contratti di 4/6 mesi a 400 euro al mese, ma la prospettiva, se lavorano bene, è l’assunzione. A Murialdo, si sono inseriti senza problemi, grazie anche alla politica intelligente del comune che gli ha permesso di apprendere diversi mestieri. Con il vicinato i rapporti sono più che cordiali. Quando una donna ha perso il marito in un incidente stradale, sono stati i primi a offrirle aiuto. L’uomo che li ospita si chiama Giampiero Icardi. Nel 2012 era il portavoce degli operai della cartiera di Murialdo, che fallì togliendo il lavoro a 50 persone “ Ero in mobilità e non riuscivo a trovare lavoro – racconta –c’era un momento di emergenza in Italia per l’arrivo dei migranti, così sono andato in Prefettura e gli ho detto che mettevo a disposizione la casa, se mi avessero aiutato a lavorare nei quattro anni che mi separano dalla pensione. Così ho affittato a Cooperarci la cooperativa a cui sono affidati i migranti. Dopo 33 anni in fabbrica è un’esperienza del tutto nuova e interessantissima. Gli ho insegnato a usare un sacco di attrezzi. Per due anni hanno fatto volontariato presso il comune di Murialdo, curando il verde, pulendo le cunette, dando il bianco , aiutando il comune senza pesare sul bilancio, poi, pian piano sono stati inseriti in vari progetti Sprar : chi fa il muratore, chi il saldatore, chi il meccanico, chi il boscaiolo e così, piano piano, si stanno inserendo tutti”. “ Appena arrivati Giampiero ci ha proposto di fare del volontariato presso il  Comune – racconta Fofana, fuggito dalla Costa d’Avorio perché minacciato di morte da un capo militare – all’inizio non capivo, ma lui ci ha spiegato che in questo modo il paese ci avrebbe conosciuto e poi aiutato. E così è stato.Mi mancano i bambini ma sono contento di essere qui”.

 

 

 

Il bosco delle scarpe di lusso : la Liguria che resiste dietro il crollo del ponte

“ Esportiamo in Francia, Inghilterra, Giappone , Messico, Marocco …” La “Legnoform” una piccola azienda famigliare di Calizzano (Savona), probabilmente non entrerà mai nelle cliccatissime recensioni di Chiara Ferragni, ma molte scarpe di lusso di Gucci, Geox e Dolce & Gabbana, cantate dai fashionbloggers ,vengono realizzate proprio grazie alle sagome di legno che la famiglia Danna ricava dalla più grande faggeta d’Italia : quella appunto di Calizzano. Sbozzati a mano con una sega a nastro – un lavoro che richiede un’attenzione estrema – questi blocchi di legno vengono spediti ai formifici che li trasformano in piedi di tutte le taglie,su cui modellare sia scarpe di lusso, sia i modelli di plastica utilizzati per le scarpe di uso quotidiano. “ L’azienda esiste da 70 anni – racconta Bruno Danna, il titolare della Legnoform– mio padre e mio zio erano commercianti di legname e, prima della guerra, girando per i boschi, videro dei carbonai che sceglievano i pezzi più belli, li sagomavano con la scure e li vendevano a un signore che li portava alle fabbriche di scarpe di Vigevano. A Gorreto, in alta Val Trebbia, provarono ad usare  una sega a nastro, ma dato che c’erano pochi faggi, nel 51’ si sono trasferiti a Calizzano. Abbiamo cominciato a usare il faggio e poi il carpino, ma dobbiamo farlo arrivare dalla Francia, perché gli alberi di qui sono troppo sottili”. Mentre parliamo, la telecamerta di Mario Molinari inquadra un muletto che stiva centinaia di sagome di legno in una camera stagna dove vengono sterilizzate a vapore perima di essere messe ad essiccare per almeno quattro mesi . “ I modelli in legno vengono usati per le scarpe di  lusso, – spiega Roberta Danna, che ha preso le redini dell’azienda, ma avrebbe potuto tranquillamente fare anche la modella “ così come i tendiscarpe, che servono sia a tenere in forma la scarpa che ad assorbire l’umidità che si forma all’interno. Vengono usati soprattutto in Francia e in Inghilterra perché lì c’è una cura maggiore della scarpa che non da noi in Italia.” Negli anni ’60 la Legnoform produceva in un anno un milione e mezzo di pezzi e dava lavoro a 40 persone, compresi i boscaioli e coloro che trasportavano a valle i tronchi di faggio con i trattori e anche con i buoi. L’avvento della plastica negli anni ’70 e la cosidetta  “crisi percepita” dai tempi di Berlusconi sino ai giorni nostri, hanno costretto la ditta a ridurre la produzione che oggi viene portata avanti dai quattro membri della famiglia Danna e da quattro dipendenti, due rumeni e due albanesi. Chiedo a Bruno Danna come mai, in un’area definita “di crisi industriale complessa”, i giovani del posto non bussino alla sua porta. “ I giovani ? – risponde– non vogliono fare questo lavoro, forse perché non è un lavoro d’ufficio. Magari farebbero i boscaioli – ma per questo lavoro c’è poca domanda”. Se a Genova il crollo del ponte diventa materia di propaganda e di scontro politico, la Val Bormida, la cosidetta “area di crisi complessa” che al blocco del traffico sta già pagando un prezzo altissimo, riesce a sopravvivere anche grazie a produzioni semiartigianali come questa ma ogni giorno di ritardo aggiunge un ostacolo. “ Uno dei problemiper chi sceglie di star qui– spiega Roberta – è anche la mancanza di collegamenti. Qui corrieri passano una volta alla settimana . Internet funziona a singhiozzo e quando c’è stata la gelata all’inizio dell’anno,( il cosidetto ‘gelicidio’), per telefonare dovevamo andare fino a Murialdo, a 20 minuti da qui. ”