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Ex-FERRANIA : la memoria degli anziani e la dignità dei licenziati

Alessandro Bechis (fotogramma di Mario Molinari)

Ferrania(Savona). A pochi di metri dai cancelli di quella che era “la città del Cinema”, la fabbrica che produceva le pellicole della commedia all’italiana, l’erba invade i cortili delle palazzine, abbandonate come certi quartieri dell’est-Europa, dopo il crollo del socialismo. Un proiettore, divorato dalla ruggine, presidia ancora una sala del “Dopolavoro”,che, sin dagli ’30, offriva ai dipendenti un bar, un teatro e un cinema. “Questo era il ‘Palazzo degli Scapoli’ – racconta Antonio Mastromei che in Ferrania ha passato 36 anni anni , dal 1960 al 1996 – la palazzinache ospitava i laureati neo-assunti. Ci ho vissuto dal settembre ‘60 fino all’agosto ‘61 quando mi sposai. La domenica era il deserto dei Tartari. Non c’era nessuno.. L’unica era prendere l’autobus e andare a Savona. Ho passato molte sere da solo, ma ero già fidanzato. Però in valle c’era una vera e propria ‘caccia allo scapolo’, soprattutto da parte delle figlie dei capireparto. Molti amori, fugaci o duraturi, sono nati nella sala dove si testavano le pellicole”. Pare che alcune passioni non fossero proprio disinteressateLa levatrice di mio figlio – racconta Mastromei– diceva che, prima della guerra, vigeva una specie di ‘Jus Primae Noctis’. Era una fabbrica di interesse nazionale e per entrarci si faceva di tutto…” Sulla strada deserta, passa solo qualche auto. “E’ molto triste guardare questo cancello – dice Giamauro Ardizzone, 90 anni , ex-dirigente della Ferrania – quando c’eravamo noi, al mattino, entravano 1000 persone. Abbiamo vissuto il periodo dei grandi film. Si testava il colore della pellicola sulle immagini della Pampanini e tutti se la sognavano. C’era una vera affezione per la fabbrica. Ricordo un inverno in cui gli autobus erano bloccati e gli operai, pur di lavorare, arrivarono a piedi, nella neve”. 

I due anziani ci mostrano un altro segno di quella che era “l’Olivetti della Valbormida” : il casinò di caccia, un cottage assediato dai rampicanti, dove un tempo si tenevano riunioni e cene aziendali. Mastromei ci mostra anche una delle palazzine costruite per i dipendenti : case con muri di mattoni e intercapedine di sughero, robuste, ben progettate, e con affitti, all’epoca, molto bassi. Case che oggi valgono pochissimo : un appartamento di 100 mq è stato venduto a 25000 euro.

Quando mi sono sposato – racconta Mastomei – andai dal direttore tecnico, il dottor Aimar e gli dissi che con l’affitto non ce la facevo. Dopo tre mesi, mi ha aumentato la paga base del 20%,più la tredicesima, più la cosidetta ‘regalia’. Insomma mi sono comprato la ‘500 ! Per la fabbrica avrei fatto qualsiasi cosa !”. Se i dipendenti più anziani ricordano la ditta come una grande famiglia, quelli falciati dalla chiusura definitiva del 2013, masticano amaro, come Furio Mocco, che è stato anche uno dei portavoce dei lavoratori.  

“Avevo un curriculum di tutto rispetto. Quando abbiamo avuto la certezza della chiusura ho spedito 12000 curricula in tutta Italia. Ho avuto 6 o 7 ritorni, che hanno prodotto 2 o 3 colloqui, a Torino e a Milano. Io sono un ingegnere informatico. Gestivo una tecnologia all’avanguardia, ma avrei accettato qualsiasi ricollocamento. Le risposte erano: ‘possiamo offrirle un impiego da neoprogrammatore’. Si parlava di compensi molto piu’ bassi, tra i 1100 e i 1200 euro, con trasferimenti su Milano o Torino a mie spese, ma avrei accettato qualsiasi cosa pur di maturare gli anni che mi mancavano alla pensione (avevo 55 anni). Invece dopo un po’ richiamavano e mi dicevano: ‘Nella posizione che abbiamo aperto ‘c’è un limite di età.Non se ne fa nulla’. Io capisco che chi fa reclutamenti di personale investa su persone più giovani di me, più flessibili, ma non capisco la retorica del ‘disoccupato-che-non-vuol-lavorare’. Io avrei fatto qualsiasi cosa, anche rimettendoci, pur di arrivare a un età che mi permettese di chiudere la carriera lavorativa. Avendo maturato 43 anni di contributi, alla fine, ho ripiegato su una contribuzione volontaria di 3 anni, e mi sono assicurato una via d’uscita, ma a che costo! Mi sono dissanguato”. Oggi Furio collabora come volontario con la Pallavolo di Carcare, mettendo a frutto i corsi che ha fatto : come arbitro e come grafico (cura i volantini), ma aiutando anche nei lavori più umili come pulire i campi: “Per  tornaread avere un rapporto con la gente, con i giovani”. Quando venne licenziato dalla Ferrania, Marco Zagaria ne aveva 33 anni, e dopo 3 anni di mobilità e di incertezza è riuscito a ricollocarsi in un’altra ditta della Valbormida. Che cosa lo ha aiutato ? :“il fatto che ho la testa dura, che non mi arrendo mai – dice accanto alla mountain bike con cui esplora i boschi della valle (si è pure rotto due costole ndr) –quello che chiedo è solo buona salute per lavorare e combattere, anche per mio fratello che ha 50 anni ed è senza lavoro. Son quelli che stanno peggio. Gli ‘esclusi’ della Fornero. Il fisico cambia e non ce la fanno sopportare certi ritmi nelle ditte di adesso.I più penalizzati sono loro”. Il fisico è stato anche uno dei problemi che hanno reso una corsa a ostacoli la vita di Alessandro Bechis: “Ho passato 25 anni in Ferrania, 30 se si considera la cassa integrazione e la mobilità. Sono entrato a 22 anni e da operaio avevo un signor stipendio. Oltre a mantenere la famiglia, con due figli , mi potevo permettere l’ultima telecamera vhs o l’impianto stereo. Perso il lavoro, alla soglia dei 50 anni, ho cercato di reinventarmi, ma non è stato possibile perché, oltre all’età, ho un’invalidità, una difficoltà di deambulazione. Ho avuto anche una malattia legata all’amianto: un tumore alla laringe, tipico dell’asbesto, placche pleuriche, fibre di amianto nell’espettorato, ma, all’Inps, ho scoperto che non ero ‘abbastanza morto’ per andare in pensione. Ho aderito anche un progetto per lavori socialmente utili presso i vari comuni della vallata, che garantiva 500 euro al mese grazie a fondi regionali, ma era a termine. L’anno peggiore è stato quando sono finiti gli ammortizzatori sociali. Non avevo più i soldi nemmeno per le sigarette, ma continuo a ritenermi sufficientemente fortunato, perché ho un tetto, e un pezzo di bosco per scaldarmi facendo legna. Incontro conoscenti che mi dicono: ‘non ti fai mai vedere in giro’, ma se non ho neppure i soldi per una pizza cosa esco a fare? Non mi piango addosso. Si accetta la propria condizione, ma ci si rinchiude un po’. Molti miei ex-colleghi sono andati in depressione. La causa? Vede noi uomini abbiamo questa idea, magari atavica, che sia nostro dovere portare a casa il pane, mantenere la famiglia e pesa molto, per dei lavoratori, non trovare lavoro, tornare a casa e vedere la moglie che fa una fatica tanta per pensare per tutti. Oggi ho 56 anni e 35 anni di contributi  Alla pensione mancano 10 anni, sono tanti. Quello che spacca, che abbatte molti di noi è l’aspetto della dignità. Io a vent’anni ero già fuori casa, mi stavo formando una famiglia e non dipendevo da nessuno. I ventenni di adesso arrivano a 40 anni e sono ancora con i genitori. Io ho sempre badato a me stesso, con decoro, con onore, e ora dipendere dalla pensione di mia mamma, che fa ancora qualcosa perché sa cucire, mi ammazza. Non fossi invalido farei qualunque lavoro. Farei il camallo. Porterei i sacchi.” 

Alessandro è un esempio della dignità di quella che era la classe operaia della Liguria. Da volontario, collabora alle ricerche del Ferrania Film Museum di Cairo, la ‘memoria’ vivente di una delle più importanti aziende del paese. Con le sue conoscenze (e il suo look da nocchiero) sarebbe un ottimo story-teller, se una gestione del turismo regionale, intelligente decidesse un giorno di dare un senso all’archeologia industriale del Savonese ma ci vorrà molto tempo. “Leggendo le cartelle dell’ufficio personale – racconta Bechis – ho trovato anche quelle di mio padre, di mia zia, di mio nonno, uno dei primi  a maneggiare la pellicola. Sono interessanti perché si capisce che il direttore, l’ingegner Schiatti, leggeva tutte le lettere, rispondeva a tutte e sapeva tutto dei dipendenti. C’era chi gli scriveva per far assumere il figlio, c’erano mogli che sollecitavano notizie dei mariti al fronte. E lui scriveva ai comandi per avere notizie o ai dipendenti in divisa per mandargli dei soldi e dirgli ‘la fabbrica ti sta aspettando’. Dal 1926 al 1966 . Un epistolario lungo 40 anni. C’era un senso di famiglia, che oggi sopravvive in pochissime aziende”.

Antonio Mastromei (fotogramma di Mario Molinari)
l’ex-dopolavoro Ferrania (fotogramma di Mario Molinari)
Furio Mocco (fotogramma di Mario Molinari)
il cancello della ex-Ferrania ( fotogramma di Mario Molinari )
Giammauro Ardizzone (fotogramma di Mario Molinari)

Marco Zagaria (fotogramma di Mario Molinari )

Il bosco delle scarpe di lusso : la Liguria che resiste dietro il crollo del ponte

“ Esportiamo in Francia, Inghilterra, Giappone , Messico, Marocco …” La “Legnoform” una piccola azienda famigliare di Calizzano (Savona), probabilmente non entrerà mai nelle cliccatissime recensioni di Chiara Ferragni, ma molte scarpe di lusso di Gucci, Geox e Dolce & Gabbana, cantate dai fashionbloggers ,vengono realizzate proprio grazie alle sagome di legno che la famiglia Danna ricava dalla più grande faggeta d’Italia : quella appunto di Calizzano. Sbozzati a mano con una sega a nastro – un lavoro che richiede un’attenzione estrema – questi blocchi di legno vengono spediti ai formifici che li trasformano in piedi di tutte le taglie,su cui modellare sia scarpe di lusso, sia i modelli di plastica utilizzati per le scarpe di uso quotidiano. “ L’azienda esiste da 70 anni – racconta Bruno Danna, il titolare della Legnoform– mio padre e mio zio erano commercianti di legname e, prima della guerra, girando per i boschi, videro dei carbonai che sceglievano i pezzi più belli, li sagomavano con la scure e li vendevano a un signore che li portava alle fabbriche di scarpe di Vigevano. A Gorreto, in alta Val Trebbia, provarono ad usare  una sega a nastro, ma dato che c’erano pochi faggi, nel 51’ si sono trasferiti a Calizzano. Abbiamo cominciato a usare il faggio e poi il carpino, ma dobbiamo farlo arrivare dalla Francia, perché gli alberi di qui sono troppo sottili”. Mentre parliamo, la telecamerta di Mario Molinari inquadra un muletto che stiva centinaia di sagome di legno in una camera stagna dove vengono sterilizzate a vapore perima di essere messe ad essiccare per almeno quattro mesi . “ I modelli in legno vengono usati per le scarpe di  lusso, – spiega Roberta Danna, che ha preso le redini dell’azienda, ma avrebbe potuto tranquillamente fare anche la modella “ così come i tendiscarpe, che servono sia a tenere in forma la scarpa che ad assorbire l’umidità che si forma all’interno. Vengono usati soprattutto in Francia e in Inghilterra perché lì c’è una cura maggiore della scarpa che non da noi in Italia.” Negli anni ’60 la Legnoform produceva in un anno un milione e mezzo di pezzi e dava lavoro a 40 persone, compresi i boscaioli e coloro che trasportavano a valle i tronchi di faggio con i trattori e anche con i buoi. L’avvento della plastica negli anni ’70 e la cosidetta  “crisi percepita” dai tempi di Berlusconi sino ai giorni nostri, hanno costretto la ditta a ridurre la produzione che oggi viene portata avanti dai quattro membri della famiglia Danna e da quattro dipendenti, due rumeni e due albanesi. Chiedo a Bruno Danna come mai, in un’area definita “di crisi industriale complessa”, i giovani del posto non bussino alla sua porta. “ I giovani ? – risponde– non vogliono fare questo lavoro, forse perché non è un lavoro d’ufficio. Magari farebbero i boscaioli – ma per questo lavoro c’è poca domanda”. Se a Genova il crollo del ponte diventa materia di propaganda e di scontro politico, la Val Bormida, la cosidetta “area di crisi complessa” che al blocco del traffico sta già pagando un prezzo altissimo, riesce a sopravvivere anche grazie a produzioni semiartigianali come questa ma ogni giorno di ritardo aggiunge un ostacolo. “ Uno dei problemiper chi sceglie di star qui– spiega Roberta – è anche la mancanza di collegamenti. Qui corrieri passano una volta alla settimana . Internet funziona a singhiozzo e quando c’è stata la gelata all’inizio dell’anno,( il cosidetto ‘gelicidio’), per telefonare dovevamo andare fino a Murialdo, a 20 minuti da qui. ”

 

 

 

 

 

 

 

 

Savona : botti contro la crisi.

gaia1Nella provincia più depressa del nord, Savona , l’economia che resiste lo fa grazie alle idee dei privati più che agli incentivi di stato. E’ il caso della Clayver, un ditta che esporta botti in ceramica dalla Francia al Sud Africa. Appaiono all’improvviso come grosse uova fra dozzine di capannoni dismessi nel deserto industriale di Vado Ligure. Se si dovesse girare la storia della ditta occorrerebbe qualche vecchio film su Ulisse e sulle “bevute omeriche” che accompagnarono le sue avventure, specie quella con la maga Circe. Il “vino di Pramno”, con cui la maga tenne l’eroe lontano da Penelope per anni, era conservato entro recipienti di terracotta, una tradizione che in Georgia è arrivata sino ai nostri giorni. “Sono anfore fatte a mano da 3000/4000 litri che , nella regione di Kakheti, vengono interrate – spiega Luca Risso che guida il team di ricerca della Clyver – é una tecnologia che risale a 7000 anni a.c. Nel 2010 , quando sono state importate le prime grosse anfore prodotte in Georgia , questo ritorno a materiali arcaici mi ha incuriosito e mi son chiesto se si potesse fare qualcosa di più avanzato, con materiali meno ‘sporchi’ e più resistenti agli acidi” . Nell’ufficio di Risso una bacheca racconta il passato dell’azienda : “Facevamo utensili diamantati per il taglio della pietra, ma dal 2002 anche questo settore – un’eccellenza italiana – è stato ingoiato dalla concorrenza cinese”. Risso, oltre che un fisico è anche un appassionato di vino e di viticoltura. “ Il problema delle botti di terracotta – spiega – è come impermeablizzarle. I romani usavano la pece o la resina. In Georgia usano la cera d’api, ma poi , per pulirle, bisogna entrarci dentro e il prodotto dipende molto dall’abilità di chi lo fa . In Europa si usano molto le botti di acciaio. E’ pratico ma dà un gusto ‘metallico’ al prodotto e non fa passare l’ossigeno e un pò di ossigeno giova all’evoluzione del vino . Le botti in legno, specie quelle piccole care ai francesi, cedono al vino un sacco di profumi. Alcuni sono voluti, ma in altri casi un profumo che si sovrappone dà fastidio. La tradizione italiana usa botti grandi, ma se invecchiano truppo marciscono e sostituirle è costoso. Un altro contenitore in voga era il cemento, che però richiede un rivestimento. Dopo 2 anni di ricerca abbiamo trovato il materiale , il gres, la tecnologia e la forma e nel 2014 abbiamo iniziato a vendere” Le botti della Clyver – una crasi fra il nome “Clay” (ceramica) e “clever”(intelligente) sono di gres che arriva dalla Germania. Cotto a 1200 gradi riduce la porosità della terracotta, ma lascia entrare un minimo di ossigeno e non aggiunge al vino i profumi e i tannini tipici del legno. Le botti di gres costano poco piu’ di quelle di legno, ma, trattate con cura, possono durare migliaia di anni, come le anfore trovate in fondo al mare al largo di Ventimiglia. “Abbiamo quattro dipendenti e noi operativi siamo altri quattro. Dall’aprile del 2014 abbiamo avuto un cliente nuovo a settimana – spiega Valerio Ghisolfi , uno dei soci – in due anni abbiamo raddoppiato la produzione e oggi il 68% del prodotto viene esportato , soprattutto in Francia, nella regione dello champgane , ma anche in Grecia, Ungheria, Svizzera, Grecia, Spagna, SudAfrica e Argentina” Chiedo : “ Ma Farinetti, che ormai è una specie di super-marchio vivente, non vi ha mai telefonato ? ” Le dirò – risponde Risso – oltre all’Unione Industriali di Savona, abbiamo avuto ben poca attenzione dal territorio” La creatività che ha fatto il successo della ditta è un tratto che si estende anche ai dipendenti. Il motto zen per cui “la verità di un oggetto è il suono che manda” ha una verifica quotidiana : “Quando le botti escono dal forno, le faccio suonare – dice Jorge Hernandez Lince – così capisco se la cottura è perfetta ”. Arrivato nel ’91 da Bogotà , quando era la capitale più violenta del mondo, Jorge , che aveva studiato design, è riuscito a conquistarsi , come ceramista, uno spazio sulla scena artistica ligure , con uno strepitoso concerto, fatto suonando piatti di ceramica e più recentemente, con una coppa di porcellana che funziona anche come amplificatore per i cellulari , con gli usi più disparati : farsi sentire dalla nonna sorda o improvvisare una serata danzante con gli amici.

Nosferatu ’70 , il vampiro di Ferrania.

noferatu“Avevamo solo un paio di denti e dovevamo lavarli ogni volta che il vampiro azzannava una vittima che a sua volta diventava vampiro – racconta Dario Scotto uno dei protagonisti– alle riprese aveva partecipato tutto il paese di Ferrania : chi aveva prestato il cavallo all’eroe , chi aveva offerto il vino, chi aveva messo a disposizione il prato dove la bellissima Adelasia, sarebbe stata morsa per la prima volta.“ Continua la lettura di Nosferatu ’70 , il vampiro di Ferrania.